SERBOKROATISCHEN KOLONIEN

SÜDITALIENS

DI

Milan Rešetar

Vienna 1911

 

Nello stesso modo dovrebbe essersi conservato nelle superstizioni qualche vecchissimo tratto slavo. Ci sono prima di tutto le vile slave, che sentii nominare nelle locuzioni seguenti: su-dole vilije “sono arrivate le vile” (quando si alza una tempesta); su-ma-tukle vilije “le vile mi hanno battuto” (quando qualcuno è distrutto e molto debole). Il Dr. Smodlaka dice (Hrv. Misao, p. 753/4) che le vilice vivono presso le sorgenti e chi non le saluta quando le vede può morire, e inoltre che gli štriguni (vampiri) devono essere trafitti con un piolo di biancospino per far scorrere tre gocce di sangue esattamente come nella comune credenza popolare serbocroata!. Alcune ricette contro l’urek, la stregoneria, si trovano nei testi sotto il n. 21. Il nome stesso è una forma secondaria del normale serbocroato urok, ma nel contenuto la cosa dovrebbe essere piuttosto italiana, perché è noto che il malocchio ha nella credenza popolare italiana un ruolo grande quanto le streghe che naturalmente preoccupano, in quanto vištice anche i nostri coloni, e “mangiano” spesso e volentieri un bambino debole (ga-jidu vìštice). Infine va osservato ancora che anche i giochi e le danze sono completamente italiani. Il gioco più in uso è il tanto amato in Italia gioco delle piastrelle, in slavo pljočke: čit (più raro jokat) na pljočk “giocare a piastrelle”, un gioco che senza dubbio fu importato dall’Italia anche in Dalmazia, poiché lo si trova solo nella costa e nelle isole. Anche il noto gioco italiano della morra, che presso i nostri coloni è chiamato con la locuzione jokat na-prste “giocare alle dita”, viene giocato volentieri. Non mancano naturalmente nemmeno i giochi di carte italiani. Si danza la tarantella e la spallata (chiamata così perché girando il ballerino e la ballerina si rivolgono le spalle) e più precisamente con l’accompagnamento di fisarmoniche e di solito sul selciato della piazza principale tutt’altro che morbido e livellato. L’individualità nazionale dei nostri coloni si rivela naturalmente nel modo più chiaro nella lingua. Le persone istruite che si sono tolte di dosso anche gli altri caratteri etnografici slavi parlano in famiglia e tra loro quasi esclusivamente italiano, e più precisamente la lingua letteraria, poiché imparano l’italiano a scuola e nel contatto con italiani istruiti. Tuttavia usano alcuni idiotismi del dialetto napoletano come lu e li per il - lo e i - gli, chisto per questo ecc. Perciò fu osservato giustamente già nell’Ausland del 1857, p. 840: “... eppure la parte istruita tra loro parla anche italiano e precisamente, cosa che deve sorprendere, meglio e in modo più grato all’orecchio che nei dintorni”. La gente semplice però resta attaccata tenacemente alla propria lingua, come se volesse compiere le ultime volontà espresse dal professore di psicologia al l’Università di Napoli Nicola Neri, originario di Acquaviva, che fu giustiziato dal governo borbonico nel 1799 come patriota italiano, ma tutte le volte quando ritornava in patria consigliava ai suoi concittadini: nemojte zgubit naš jezik “non perdete la nostra lingua” (Ascoli, p. 77). Anzi, la lingua serbocroata è ancora così forte presso la gente semplice nelle tre colonie che non solo singole persone ma anche intere famiglie italiane che si stabiliscono qui vengono slavizzate. Ma ciò non resterà così a lungo perché la scuola, l’amministrazione, la chiesa e lo scambio sempre più intenso con le località limitrofe devono portare a compimento il processo di italianizzazione anche in queste ultime roccaforti dei serbocroati molisani, un tempo molto più numerosi. Processo che nelle altre colonie si è già concluso e anche in queste ultime tre ha già avuto inizio. La presentazione che segue ora intende mostrare fino a che punto questo processo si manifesti nella grammatica e nel lessico. Vanno premesse qui solo alcune osservazioni generali a tal riguardo. Poiché la maggior parte degli individui sono bilingui (secondo Baldacci, p. 49, però vivrebbero “oggi ancora molte persone anziane che non conoscono affatto l’italiano”), non di rado capita che essi inseriscano a volte singole parole italiane, in particolare concetti astratti e cifre, a volte brevi frasi nei periodi altrimenti serbocroati. Ho sentito per esempio da una donna che mi ha raccontato il destino della figlia che aveva fatto un matrimonio infelice: Imaše venticinque an... činu l’amor dìvojke... on-muž - cerca lu perdon... čini l possibil za do Lamèrik, ke ja činim più del mio dover... sa-mu-dala pet stotini e settantacinque lire ecc. In particolare il contare e il dire i numeri in generale avviene normalmente in lingua italiana. Le persone più anziane contano in serbocroato abbastanza bene fino a circa dieci. Le cifre più alte invece si sentono da loro raramente, così come dalla generazione più giovane che frequenta o ha frequentato la scuola si sentono raramente anche i numeri inferiori a dieci! Specialmente l’età mi fu detta, quando la chiesi, sempre in italiano da giovani e vecchi. Ancora peggiore è la situazione dei numeri ordinali: prvi e drugi si conoscono ancora; ma con il “terzo” comincia già l’italiano. Questa perdita dei numeri slavi non può essere spiegata solo con l’influenza della scuola italiana, perché vi partecipano anche gli analfabeti che costituiscono la maggioranza degli adulti. Dovrebbe avere contribuito a ciò ancora di più il contatto con gli esattori fiscali e i commercianti italiani. Un’imitazione dei “signori” italofoni è però il fatto che anche le formule di saluto sono quasi tutte italiane. Solo entrando in una casa si sente talvolta da parte di colui che entra il saluto hvala Bogu, a cui si risponde semaj hvala (Smodlaka, Posjet, p. 26). Mentre la formula usata spesso nel commiato stoj dobro è invece una traduzione dell’italiano sta bene. Anche Makušev (3anucku, p. 36) registra come unico saluto slavo хвала Богу. Un uso particolare dell’italiano si trova però nell’esposizione di racconti: infatti non appena qui ci si rivolge a una persona di livello più alto (a un re, a un principe ecc.) o a un santo, lo si fa in italiano, perché il narratore crede molto semplicemente di dovere presupporre che il parlante altrimenti non verrebbe capito. (12) Il serbocroato è stato del tutto allontanato dalla chiesa, ragione per cui anche la gente oggigiorno prega e canta solo in latino o in italiano. Deve esserci stato un periodo però in cui ciò era diverso, perché si trovano ancora alcune donne anziane che recitano ancora l’Avemaria in serbocroato e sanno anche farsi il segno della croce in questa lingua. Ora, se si può presupporre che queste siano le ultime tracce delle preghiere portate dalla patria al tempo dell’emigrazione, allora bisogna anche ipotizzare che queste ultime fossero state trasformate nella nuova patria, poiché si sono allontanate nella lingua dalle formule restate abbastanza costanti nella madrepatria. Richiamo particolarmente l’attenzione sulla combinazione nako, bože, bil invece dell’usuale amen, poiché essa è una parziale traduzione dell’italiano così sia. Potrebbe però anche essere che queste preghiere fossero state tradotte di nuovo solo in un successivo tempo, dopo che le originarie erano state dimenticate. Devo precisare però che la ragione per cui formulo questa ipotesi non è ché nell’Ausland del 1857 (p. 840) si afferma che “i religiosi predicano in slavo”, visto che sia questa che l’altra affermazione che “l’insegnamento elementare nella scuola locale è in slavo” sono senza dubbio sbagliate. Altrimenti De Rubertis ne avrebbe saputo qualcosa! E tuttavia ci deve essere stato ad Acquaviva qualcuno che in tempi più antichi si sia interessato della lingua serbocroata, perché De Rubertis (pp. 23/24) racconta di aver trovato le seguenti opere serbocroate: un “Officze Divicze Maria”, dunque un ufficio della Santa Vergine Maria, purtroppo con la parte inferiore del frontespizio strappata, poi un ufficio della settimana santa, senza frontespizio, inoltre una vita manoscritta di San Benedetto e infine il vocabolario di Micaglia! Molto probabilmente colui che, ancora prima che le nostre colonie venissero scoperte da M. Pucić, si interessò della lingua serbocroata e si procurò anche libri serbocroati era un religioso che con l’aiuto della lingua vernacolare, forse l’unica allora comprensibile al popolo, sperava di raggiungere risultati migliori che con il latino e l’italiano. Purtroppo anche questi, probabilmente non unici, in ogni caso però ultimi, documenti dell’interesse di un tempo dei religiosi per la lingua serbocroata sono scomparsi; li ho cercati invano! All’uso esclusivo di adesso del latino e dell’italiano va attribuito inoltre il fatto che non si trovano nomi di persona slavi autentici che forse una volta esistevano (i nomi fungenti adesso da cognomi Mirko [scritto Mirco], Staniša [Staniscia] ecc.), ma neanche quasi nessuna forma slava dei nomi di santi d’uso comune in generale nel mondo cattolico. Per quanto riguarda gli ultimi esiste praticamente ancora solo Jivan accanto a Govan per Giovanni, mentre Mara (per Maria), che si è conservato ancora nel canto popolare (v. testi, n. 28) e in un proverbio (v. testi, n. 24), è uscito dall’uso in tempi recentissimi. Invece la forma usata ancora raramente per Paolo e cioè Pavuj (gen. Pavula), o rispettivamente Pavula per Paula, probabilmente non ha niente a che vedere con ciò perché la forma serbocroata usata nella zona costiera è Pavao - Pavla (con le corrispondenti forme ipocoristiche). E quindi Pavul risale direttamente al latino Paulus con una v che elimina lo iato. (13) Questa riconduzione diretta alla forma latina e non a quella italiana (Paolo) è confermata da Tomas che, come dimostrano l’accento e la s sorda, non è l’italiano Tommaso, ma il latino Thomas. Le forme ipocoristiche sono invece normalmente italiane: Jang per Arcangelo, Gens per Vincenzo, Ming e Mingun per Domenico, Kola per Nicola, Ngik per Francesco, Sep per Giuseppe. Kel per Michele (un vecchio mi ha detto il suo nome così: Mikel, na-naš Kel) ecc. Tuttavia, vezzeggiativi altrimenti italiani possono prendere il suffisso diminutivo slavo ić, p. es. Pinić di (Bep)-pino, Nanić di Nanne (Giovanni), Mingić di Ming, ecc. Tali forme si sentono però quasi solo a San Felice e Montemitro, molto raramente ad Acquaviva. I cognomi, che si sono certamente formati solo in Italia, sono per la maggior parte italiani: Cicanese, Chiavaro, Guarino, Martella, Mariano, Martino, Maddaloni, Neri, Piccoli, Quaglia, Sorella, Spadanuda, ecc. ecc. Ma non pochi di essi sono di genuina origine slava: il dottor Smodlaka (Posjet p. 38) li ha raccolti e spiegati tutti: Blascetta (= Blažeta), Jacusso (= Jakus), Matasa (= Matas), Mattiaccio (= Matijača), Miletta e Miletti (Mileta), Mirco (=Mirko), Pappiccio (= Papić), Peca e Pecca ( Peko), Radi (= Rado), Staniscia (= Staniša), Tomizzi (= Tomić) ad Acquaviva e ancora Radatta (= Radat), Marcovicchio (= Marković) a San Felice, Jurescia (= Jureša), Jurizzi (= Jurić) a Montemitro, Berchizzi (= Brkić) a Palata, Jacovina ( Jakovina) a Tavenna. Alcuni sono meno sicuri, p.es. Gorgolizza (= Grgurica), Vetta ( Iveta?), Simigliani (= Smiljanić? forse = Smiljan), mentre Giorgetti (ad Acquaviva) e Giorgetta (a Montemitro) non dovrebbero risalire a Giorgeta ma piuttosto all’italiano Giorgio sotto l’influsso di Jureta (o Đoreta?). A questo elenco del Dr. Smodlaka posso aggiungere solo Maroscia di Tavenna probabilmente identico a Maruša. Oltre alla denominazione ufficiale di una persona con nome e cognome, ne troviamo presso i coloni anche una popolare assai curiosa e, per l’esattezza, non tanto per il suo contenuto ma per la sua forma. Infatti, dato che ci sono più famiglie con lo stesso cognome, quando si vuole designare più precisamente una persona si aggiunge al suo nome il nome o il soprannome del padre e del nonno, e precisamente il primo al genitivo, il secondo invece come aggettivo possessivo con il suffisso -in, p.es. Géns Saverija Mingunin = Vincenzo di Saverio di Domenico; Gezumina Kola Mingunin = Gelsomina di Nicola di Domenico; Ngik Cirokin = Francesco di Giuseppe dello zio Rocco; . šćer Kola Bilkin = figlia di Nicola del Bilak (l’ultimo nome è un soprannome che si riferisce al colore bianco della pelle di un antenato; il cognome è Cicane). A volte si prende, al posto di quello del padre o del nonno, il nome della madre o della nonna, se queste sono più conosciute per una qualche ragione, p.es. Govan Tomasa Rozalijin = Giovanni di Tommaso di Rosalia. Inoltre può essere utilizzato, al posto del nome di una data persona, il nome della sua professione, p.es. nginir Vita Pardin = l’ingegnere di Vito di Pardo (proprio così è chiamato in generale l’ingegner Giovanni Giorgetta ad Acquaviva!). Nello stesso modo si possono chiamare anche il nipote o la nipote e non solo il figlio o la figlia, p.es. on je-neput o ona je-neputa Sepa Pardin, “egli è il nipote” o “ella è la nipote” di Giuseppe di Pardo, essendo Giuseppe, il figlio di Pardo, lo zio. I figli di quelle persone che per rispetto sono interpellate con nome, cognome e il napoletano “don”, vengono chiamati poi in modo che il nome del padre va al genitivo e il cognome nella forma dell’aggettivo possessivo, p.es. medik je-sin Don-Govana Vetin = il dottore è figlio di don Giovanni Vetta. Si trova un parallelo a questo modo assai singolare di attribuire i nomi propri... presso i cattolici serbocroati di Janjevo nella vecchia Serbia, che formano un’enclave isolata! Ebbi questa informazione dal prof. Trojanović di Belgrado, che conosce bene la zona e mi ha nominato come esempio tipico Tona Koca Migemarin. Forse questo non è un caso, perché si dice che anche i cattolici di Janjevo siano giunti dalla Dalmazia. Tuttavia ciò non è confermato dal dialetto da loro parlato. Non sono per esempio parlanti del tipo i, ma come i loro vicini, del tipo e, cosa che però si potrebbe spiegare con il fatto che avevano potuto perdere più facilmente degli slavi molisani i tratti originari del loro dialetto, appunto perché essi sono circondati da connazionali. Non conosco altre zone serbocroate in cui sia presente questo modo insolito di attribuire i nomi propri.

 


 

(12) Nei testi ai numeri 1-10 i narratori mi hanno recitato le frasi in questione in serbocroato, certamente per farmi un favore. Sarebbe però forse stato meglio se io avessi insistito per avere queste frasi in italiano.

 


(13) Pawule per Paolo si trova però anche nel dialetto di Campobasso (D’ Ovidio, p. 156) e può perciò essere di origine italiana.

 

Testi tratti dalla traduzione di: Copyright © Walter Breu e Monica Gardenghi - Campobasso 1997.

   

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