SERBOKROATISCHEN KOLONIEN

SÜDITALIENS

DI

Milan Rešetar

Vienna 1911

 

Se però Baldacci (p. 55) crede di trovare anche una traccia della festa serbocroata slava (festa del santo patrono della famiglia) nel fatto che una famiglia (De Rubertis) un tempo festeggiava il giorno di un santo (S. Pasquale) come festa di famiglia, questo molto probabilmente non è altro che il costume, prima d’uso generale, che il figlio più vecchio aveva sempre lo stesso nome del padre, talché il giorno del santo corrispondente divenne eo ipso la festa di famiglia più importante. I coloni hanno solo due giorni festivi che non sono legati alla famiglia né sono di carattere meramente religioso, precisamente il Primo Maggio e la vigilia di natale. La festa del Primo Maggio - il majo -fu descritta dettagliatamente da De Rubertis (pp. 19-23) e poi da Makušev (Зanucku, pp. 38-40), che si trovava per caso proprio in questo giorno ad Acquaviva. L’elemento principale della festa è che alcuni uomini portano il “maggio”, accompagnandolo con canti, prima alla chiesa per farlo benedire, poi di casa in casa per augurare a tutti un anno molto fertile e per ricevere in cambio ogni sorta di regali in cibi e vino, che poi vengono consumati insieme la sera. Il maggio è rappresentato da un uomo giovane e forte, che si mette addosso a tal scopo un fantoccio fatto di paglia e ramoscelli, mentre i suoi accompagnatori portano in mano ramoscelli ornati di nastri colorati. Il maggio porta sul capo le migliori leccornie della stagione (asparagi, formaggio fresco, ecc.), che restano poi al curato che lo ha benedetto. Davanti ad ogni casa si fa sosta e gli accompagnatori del maggio si dividono in due metà che cantano a turno alcuni canti fissi, mentre il maggio saltella in mezzo a loro e fa ogni tipo di buffonate. Cantati i canti e ricevuti i regali, il maggio viene innaffiato con acqua dalle donne alle finestre, dopodiché egli non ha naturalmente niente di più affrettato da fare che salvarsi in fuga con tutto il suo seguito. Va da sé che la sfilata del maggio è un grande avvenimento per la piccola località e che una grande quantità di curiosi gli va dietro. Senza voler farne un mito, è evidente che con questa festa veniva in realtà offerto un sacrificio affinché l’anno fosse molto fertile e soprattutto non fosse povero d’acqua, ciò che veniva rappresentato simbolicamente dai molti doni e dall’acqua versata sul maggio. Se quest’ultimo elemento e cioè "l’annaffiatura con acqua" non c’è in occasioni analoghe in Italia, si potrebbe senz’altro collegarlo al corteo delle dodole presso i serbocroati che, quando non piove per parecchio tempo, vanno in giro cantando e portano in mezzo a loro una fanciulla coperta completamente di ramoscelli e foglie, che viene anch’essa innaffiata d’acqua. Altrimenti, per l’uguaglianza del nome è ancora più vicino alla festa del Primo Maggio il maj (maggio) nella Dalmazia centrale (Spalato e dintorni ecc.), ma nella sua essenza questo è un costume del tutto diverso: nell’antecedente il Primo Maggio gruppi di adolescenti vanno sotto le finestre delle loro amate e cantano diverse serenate. Ognuno di questi pianta poi davanti alla casa della sua amata un alberello ornato di fiori e frutta. Perciò si deve anche dubitare del fatto che il majo sia collegato al maj, il primo giorno di quello che anche nel sud è il “meraviglioso maggio” avendo potuto dare origine a diverse usanze tra loro indipendenti. Per quanto riguarda l’origine del majo, e anche del maj, non va trascurato che entrambi hanno nomi puramente italiani, inoltre che, in occasione della festa del majo, gli slavi molisani cantano anche canti italiani o tradotti dall’ italiano. E difficile però che la nostra festa sia direttamente collegata alla festa del maggio in uso nei paesi nord-occidentali d’Europa. Da molti anni (secondo Baldacci, p. 54, da ca. 16) il majo non viene festeggiato più ne a San Felice ne a Montemitro. Qualcosa di simile a ciò che si svolge il Primo Maggio, sebbene in forma del tutto diversa, succede del resto anche il giorno dei morti (2 novembre): la mattina presto schiere di bambini vanno di casa in casa gridando: bu(m)blice! bu(m)blice!, e poi ricevono regali. Le cose che ricevono in regalo (frutta, dolci; i bambini di gente più povera anche pane, verdura ecc.) si chiamano appunto bumblice o bublice! Il costume stesso è conosciuto anche nei paesi italiani vicini, solo che qui (p. es. a Montenero di Bisaccia) si urla “li morti". Le vecchie usanze che prima si potevano vedere in generale la vigilia di Natale si stanno ormai estinguendo. Appena si fa buio gli adolescenti vanno di casa in casa con smrćke, cioè con fiaccole fatte di ramoscelli di ginepro, facendo molto rumore. “Il fidanzato porta il bastone (cioè la smrćka) nell’abitazione della sposa, dove infine lo fa bruciare nel focolare della casa. A San Felice la smrčka si chiama prejo” (Baldacci, p. 54; probabilmente identico a preja “filato”). Nelle case però viene posto sul focolare dal capofamiglia il badnjak il tronco di Natale tipico dei serbocroati! sul quale deve ardere il fuoco per tutta la notte, così come il tavolo con candele accese resta apparecchiato tutta la notte. Purtroppo questi costumi natalizi sono fortemente in regresso, e ho trovato più anziane che non conoscevano nemmeno il nome badnjak altri invece, che non lo chiamavano più con questo nome slavo antichissimo, ma in modo italiano ) čop do-Božić (ceppo di Natale). Gli altri giorni festivi hanno un carattere puramente ecclesiastico, come soprattutto la festa dei rispettivi santi patroni, e cioè S. Michele (29 settembre) ad Acquaviva, S. Felice (30 maggio) a S. Felice e S. Lucia (primo ed ultimo venerdì di maggio) a Montemitro. Ma anche la festa nei venerdì del mese di maggio, nei quali viene celebrato il ricordo dell’immigrazione, si tiene esclusivamente nell’ambito di una funzione puramente ecclesiastica e non ha assolutamente niente che potrebbe essere collegato a questa immigrazione o che potrebbe anche solo presentare un aspetto di tradizione popolare. E tanto meno si può definire il giorno di S. Biagio (3 febbraio) una “festa nazionale slava”, come fa Baldacci (p. 54), perché non c’è in questo assolutamente niente che si possa definire “nazionale slavo”, Se però il giorno di S. Biagio, che non è una festa comandata della chiesa romano - cattolica, è giorno festivo ad Acquaviva (ma non nelle altre due località), ciò è motivato probabilmente dal fatto che S. Biagio era il santo patrono comune di tutte e tre le località. La qual cosa va forse spiegata a sua volta con il fatto che la maggior parte degli antenati dei nostri coloni o provenivano da un luogo che venerava questo santo come loro patrono oppure dopo l’immigrazione costruirono o ricevettero dapprima una chiesa consacrata a S. Biagio, cosicché poi il culto di questo santo poté conservarsi anche presso i loro successori. Baldacci (p. 54) nomina anche il giorno di S. Giuseppe (19 marzo) quale particolare festività, in cui “a San Felice si usava preparare in onore del santo una focaccia di gusto dolcigno (in italiano pinze, nello slavo locale kreše, ad Acquaviva si dice povače do žita, cioè di grano) fatta di pasta fermentata (kvas), uva passa (sukva) e sardine”. Il carattere slavo della popolazione è quasi completamente cancellato anche nell’insieme dei canti popolari! De Rubertis (p. 12) ha informato solo che c’erano assai pochi canti popolari (intendeva slavi), che avrebbero quasi tutti carattere erotico, e ha riportato il contenuto di quel canto che, come afferma Ascoli (p. 79), cantano le fanciulle a carnevale dondolandosi sulle funi. Il canto però ha piuttosto carattere epico, perché secondo la ricostruzione di De Rubertis contiene la storia della fanciulla Maria che viene attirata in un prato da una amica, una complice del giovane “cavaliere” Ivan Dovice, con il pretesto di raccogliere rose, ma da qui Ivan la rapisce per poi abbandonarla vilmente. Tuttavia De Rubertis poté comunicare solo 5 versi del canto stesso che, come in tutte le trascrizioni più tarde altrettanto frammentarie, cominciano con l’esortazione ad andare a raccogliere rose. Oltre a un frammento dello stesso canto, Ascoli ha pubblicato anche un piccolo canto pastorale (p. 81). Kovačić non ha mai pubblicato i canti citati (p. 39) e presumibilmente da lui raccolti. Anche il Dr. Smodlaka, che dice che i coloni sanno cantare alcune brevi canzoni d’amore (Posjet, p. 30), in realtà ha comunicato solo un frammento del canto epico citato per primo. Lo stesso fa anche Barač, che inoltre ha anche un piccolo canto devoto (testi, n. 35) e 3 versi di due altri canti (testi, n. 36 e n. 37), mentre i due canti da lui stampati a pp. XXVIII e XXIX sono frammenti di un canto di De Rubertìs. Dunque finora c’è molto poco di pubblicato per quanto riguarda canti popolari delle nostre colonie, poiché si tratta quasi solo di alcuni brevi frammenti e perciò questa è probabilmente la prova migliore di quanto raramente si canti in lingua serbocroata nelle colonie! Anzi, anche i due pezzi che danno l’impressione di canti comp1eti e cioè il canto pastorale e il canto sulla Maria di Barač mi risultano un po’ sospetti. Il primo era del tutto ignoto ai miei informatori, il secondo invece mi è stato recitato (e nient’affatto cantato), senza che si potesse far riferimento a una base italiana. Ma sono questi veramente canti popolari serbocroati? La forma del tutto anomala di questi ultimi rispetto alla metrica ci dà il diritto di sollevare questo dubbio! Si potrebbe dare facilmente il caso che entrambi i pezzi siano solo la traduzione di canzoni italiane, fatte apposta dall’informatore per dare soddisfazione a chi gli chiedeva “canti slavi”. Anche a me è veramente successa una tal cosa! Quando ho chiesto dei canti a una vecchia donna, me ne ha detto uno che era completamente soddisfacente e compiuto per quanto riguarda il contenuto; di questo canto mi rallegrai molto benché fossi nel più grande imbarazzo nel tentativo di separare i singoli versi. Quando le chiesi di cantare la canzone, cominciò.., a cantare in italiano! Come ammise subito senza esitare, ella aveva tradotto velocemente il testo italiano del canto e mi assicurò di sapere solo canzoni italiane. Tuttavia la forma metrica irregolare non è una prova vincolante che nemmeno questi due piccoli pezzi possano essere canti popolari serbocroati, perché anche i frammenti del canto epico hanno una forma molto irregolare e ciononostante vengono veramente cantati, cosicché almeno da questo punto di vista non è necessario mettere in dubbio il carattere popolare e l’origine slava dell’intero canto. Se però il metro di quest’ultimo canto non corrisponde né al verso di 15-16 sillabe dei canti epici serbocroati più antichi né a quello di 10 sillabe dei più nuovi, questo può essere spiegato con la trasmissione in completa, o anche con il fatto che si è conservato qui un metro del canto popolare epico che non era uguale ne all’uno ne all’altro. Per quanto mi riguarda, non potei trovare dei canti popolari ad eccezione del frammento epico già più volte citato, sebbene mi sia sinceramente impegnato a scoprirli. (11) Quelli che ho sentito io però erano tutti canti italiani in chiesa, per strada, nei campi e durante i lavori domestici! Non credo però che i nostri coloni abbiano abbandonato i loro propri canti popolari portati dalla madrepatria, perché come dice il Dr. Smodlaka (Posjet, p. 30) gli italiani ridono delle melodie insolite dei canti per loro incomprensibili. Ha avuto piuttosto luogo un’avanzata graduale del più forte carattere italiano e della più alta cultura italiana. Perciò, devo ammettere onestamente, l’affermazione del Dr. Smodlaka che “anche le melodie dei canti italiani sono per lo più slave” e “che molti canti croati hanno conservato intatta la vecchia melodia croata” (Hrv. Misao, p. 753) mi sembra molto azzardata, benché anche Barač parli dei “motivi meramente popolari (cioè serbocroati)” dei loro canti che dovrebbero essere molto simili a quelli cantati a Spaiato (p. XXIX), e nonostante anche Baldacci affermi (p. 55) che, cantando gli unici canti in uso napoletani e abruzzesi, “le voci hanno tutte in sé qualcosa dei canti di lutto ad alta voce che sono in uso presso i serbi illirici”. Personalmente non ho sentito questi canti italiani su vecchi motivi slavi o al modo dei “canti di lutto ad alta voce” e non so se si sarebbero usate le stesse parole per quanto concerne lo stesso canto, se si fosse ritenuto che questi ultimi non vengano cantati dai nostri coloni ma da veri italiani. Non si deve dimenticare che anche nella zona costiera dalmata, ma in particolare nelle città, le melodie sono spesso di origine italiana. Ho effettivamente sentito cantare solo il canto epico in frammento da due donne su una (non proprio identica!) solenne melodia slava, fatto osservato sia dal Dr. Smodlaka (Posjet p. 30) che dal prof. Barač (p. XXIX), che confrontano a ragione questa melodia con il modo di cantare dei canti epici dei “guslari” serbocroati. Avevo registrato fonograficamente, insieme ad altri, anche questo canto (entrambe le volte), purtroppo però lo strumento si era rovinato durante il viaggio, in modo che nessuno dei canti e dei pezzi strumentali registrati era utilizzabile. Tutti i racconti e le favole sono italiani fiabe e leggende di santi, che inoltre sono per la maggior parte di origine letteraria e nelle quali, io almeno, non trovai nessun punto di contatto con i racconti popolari serbocroati; alcune sono pubblicate più sotto fra i testi (nn. 1-16). Potei constatare altrettanto pochi parallelismi diretti per i rari proverbi tra quelli serbocroati. Ma con ciò non si vuol dire che anche i proverbi debbano tutti essere di origine italiana. Al contrario, per “la filosofia di vita” del popolo, che viene predicata tanto spesso nella lingua abituale di tutti giorni, si poterono conservare benissimo le “regole di vita” espresse nei proverbi nella vecchissima forma popolare. Ciò vale particolarmente per quei proverbi articolati in due parti collegate tra loro da una rima.

 


 

(11) Il primo tentativo in questa direzione sembrava avere successo: sentii cantare da alcune donne un canto il cui testo e la cui melodia mi erano molto noti!... Era una canzone che le donne avevano imparato dai turisti di Spalato! Ponendo il caso che fra qualche tempo qualcuno ascolti lo stesso canto, senza conoscere quest’ultima circostanza, egli penserebbe senz’altro che i coloni abbiano portato con sé il canto dalla Dalmazia.

 

Testi tratti dalla traduzione di: Copyright © Walter Breu e Monica Gardenghi - Campobasso 1997.

   

Stampa questa pagina

 

 

Indietro

 

Segue