SERBOKROATISCHEN KOLONIEN

SÜDITALIENS

DI

Milan Rešetar

Vienna 1911

 

Ci furono donne che confermarono anche a me di aver tinto in rosso con robbia (broć) molto nei tempi passati. Quanto però si può apprendere oggigiorno dalle persone su questo antico costume è molto poco e incerto. La maggior parte non sa nemmeno che prima i vestiti erano diversi. Perciò credo che la testimonianza diretta di De Rubertis meriti la massima considerazione, perché egli è l’unico che parla di ciò che ha visto in persona. A questo proposito è molto importante che egli parli in riferimento all’uomo anziano e conservatore di una piccola calotta rossa, perché anche ciò contribuisce a suffragare l’ipotesi dell’origine dalmata dei coloni, poiché, com’è noto, la piccola calotta rossa è un carattere tipico del costume dalmata. Quindi è difficile dire come potesse essere il costume di una volta. Posso invece descrivere dettagliatamente quello in uso attualmente. Devo tutta via premettere l’osservazione che anche il costume che descriverò in seguito si vede ancora normalmente solo addosso alle persone più anziane. La generazione più giovane, in particolare gli adolescenti, usa già prevalentemente vestiti più secondo lo stile urbano, per cui si comprano dal negoziante stoffe pronte. Tutta la biancheria però, così come i vestiti della parte più conservatrice della popolazione, viene fatta dalle donne con stoffe prodotte in casa. Solo i copri capo (cappello per gli uomini e fazzoletto per le donne) come anche i bottoni e le scarpe vengono comprati dal negoziante, o rispettivamente dal calzolaio (skarpar), e per la realizzazione dei cappotti per gli uomini si ricorre all’aiuto del sarto (kužitur).Come biancheria gli uomini indossano una camicia (košulja) di canovaccio di lino pesante con il colletto rovesciato, con piccole pieghe sul petto e le maniche con polsini. Prima i bottoni necessari venivano prodotti in casa con il refe, adesso sono di porcellana e si comprano. A ciò si aggiungono i mutandoni (gaće o, più comunemente, mutane) che arrivano fin sotto il ginocchio e sono della stessa stoffa della camicia, come anche le calze (bičve) che sono legate sotto il ginocchio con giarrettiere (podveze) e vengono lavorate a maglia, per l’estate con cotone bianco e per l’inverno con della grossa lana di capra marrone. Siccome d’estate non si indossano normalmente i vestiti che vanno sopra la biancheria, si allacciano i mutandoni intorno alla cintura con una fascia (fašeta) di lana rossa o viola, la cui cima pende sulla parte sinistra, e li si lasciano cadere liberi sulle calze. Quando in vece si portano anche i pantaloni, si allaccia la fascia intorno ai pantaloni e le calze vengono tirate sopra i mutandoni e solo dopo allacciate con le giarrettiere. Se si aggiunge poi ancora il cappello (klobuk) basso e a tesa stretta di feltro nero e le scarpe con le stringhe (postole), ecco fatto l’intero costume che portano gli uomini in genere d’estate. Solo la domenica e negli altri giorni festivi si indossa anche la giacca e nei giorni di pioggia anche le ghette, che altrimenti fanno parte dell’abbigliamento portato regolarmente solo d’inverno. A quest’ultimo appartengono precisamente oltre ai pezzi già nominati prima di tutto la giacca (kamižola) di panno blu cupo a doppio petto e di regola con bottoni viola di metallo, poi i pantaloni (grabeše) dello stesso panno, che arrivano fin sotto al ginocchio e hanno un’apertura sulla estremità inferiore esterna che viene chiusa con piccoli bottoni di ottone, inoltre le ghette (štivale) di panno blu cupo o marrone cupo, che vengono allacciate con otto o dieci bottoni neri o anche colorati. Dello stesso panno è sempre anche la giubba (župa). Questa ha le maniche e arriva fino ai fianchi e ha anche due file dei già nominati bottoni in metallo viola. Però normalmente viene abbottonata solo la giacca che sta sotto e non quest’ultima, perché quando il tempo è molto freddo o brutto ci si avvolge nel cappotto (plašt). Anch’esso è ora normalmente di panno blu cupo o raramente marrone cupo, mentre prima aveva prevalentemente quest’ultimo colore, ed è una cappa lunga con un colletto rovesciato di circa 8 cm, la cui parte destra viene gettata sopra la spalla sinistra. Le donne, nel caso che abbiano conservato l’abbigliamento comune del luogo, si vestono d’estate e d’inverno in modo quasi del tutto uguale. La camicia lunga ha lunghe maniche cucite a pieghe e con dei polsini, davanti sul petto una piccola scollatura (skavatura). Il collo è ornato da un largo col letto di pizzo (picel), che viene rovesciato sopra la giacca. Sulla camicia viene appoggiata intorno al corpo la (gunjica) uno scialle di lana in scozzese rosso e nero, lungo circa 125 cm e largo 70 cm, che di solito viene indossato solo d’estate in modo tale che le due estremità si sovrappongano sul dorso e la (gunjica) appaia sul davanti nella parte del petto lasciata scoperta dalla giacca. Il corpetto (korpet) di panno nero o blu scuro ha di solito delle maniche lunghe pieghettate sopra e sotto (d’estate la giacca normalmente non ha maniche e si chiama (korpet senca rukavi oppure korpet skamidžani) che terminano sul polso con un polsino corto. Esso non è chiuso sul davanti, ma viene tenuto unito a incrocio da un laccio infilato, sotto il quale si può vedere la gunjica. Della stessa stoffa della giacca è anche la gonna (halja) che lascia completamente scoperti i piedi. Essa è tagliata da un solo pezzo e arricciata in fitte pieghe nella parte superiore e ha una cintura da abbottonare piuttosto larga. Sulla parte sinistra c’è un’apertura e su quella destra è attaccata una tasca (sakoča). Sul da vanti della gonna c’è un grembiale nero (mandira) un pò più corto e di un panno un pò più sottile, che viene allacciato intorno alla cintura con nastri. Questi nastri si chiamavano prima pas e adesso in generale kapišola. Ai piedi le donne indossano calze di cotone più leggere e calze di lana più pesanti blu o marroni e scarpe. Il capo delle ragazze normalmente non è velato e solo quando fanno la comunione mettono un fazzoletto da testa (ručinik). De Rubertis (p. 12) racconta che i vescovi pretesero invano che le ragazze si coprissero il capo almeno quando andavano in chiesa. Proprio quando egli stava scrivendo una delle sue lettere, un predicatore della missione aveva inculcato questa cosa dal pulpito, ma le sue parole erano state accolte da grandi risate. Da allora sembra però che a questo proposito qualcosa sia cambiato perché ho visto spesso sia delle ragazze, e perfino delle bambine, con un fazzoletto, sia anche, al contrario, delle signore sposate, anche più anziane, senza fazzoletto. Quest’ultimo comprato sempre dal negoziante e di diversi colori secondo il gusto viene di solito buttato semplicemente sul capo e legato sotto il mento. Tuttavia, secondo l’usanza prima generalmente diffusa che oggi viene osservata solo da poche donne, il fazzoletto veniva messo in modo da lasciar liberi da vanti la fronte e i capelli e poi veniva tirato sui capelli da entrambe le parti e allacciato dietro sulla nuca. Come gioielli le donne indossano dei grandi orecchini tondi (čerćele) e una catena d’oro al collo: la catena semplice, indossata anche nei giorni lavorativi, si chiama katinila o kanaka, mentre la più ricca, a più giri intorno al collo, kolana viene indossata solo nei giorni festivi con un ciondolo, di solito una croce (križ o kručifis) o una medaglia (prima ralica, ora kopica o berlok).(8) Che cosa hanno portato con sé dalla Dalmazia i coloni in questo costume, che cosa hanno assunto dai vicini nella nuova patria e infine che cosa hanno essi creato qui indipendentemente? Purtroppo non posso rispondere a questa domanda, poiché, da una parte, non ci è affatto noto come potesse essere stato il costume tradizionale verso la fine del XV secolo in quelle zone dalmate da cui gli antenati dei nostri coloni sono emigrati, dall’altra poi conosco tanto poco specialmente i costumi tradizionali dell’Italia meridionale che non posso giudicare che cosa si possa definire italiano e che cosa no.Come abbiamo visto, De Rubertis non ha sottolineato nel costume dei coloni in uso ai suoi tempi niente che possa essere considerato come una particolarità esclusivamente di questi. Solo Vegezzi-Ruscalla, probabilmente basandosi su De Rubertis, ha indicato il cappotto degli uomini come una tale particolarità, ciò che dovrebbe significare con probabilità che questa cappa non è presente presso gli italiani (e gli albanesi) del Molise. Il Dr. Smodlaka, d’altra parte, trova che il ručinik sul capo e il picel al collo delle signore più anziane siano gli unici resti del vecchio costume popolare (Hrv. Misao, p. 753 (9) e Posjet, p. 44), parti di abbigliamento entrambe simili a quelle delle donne nel Primorje di Makarska (Hrv. Misao, p. 751). Ciò può anche essere vero, ma in ogni caso resta problematico il fatto che il colletto abbia un nome italiano (picel)! Baldacci infine (p. 56) trova che “le donne sposate si vestono con stoffe di lana rossa come quelle dall’altra parte dell’Adriatico” e che “gli orecchini hanno la forma grande slava”; ma è proprio vero che le italiane non usano stoffa di lana rossa per i loro vestiti? E che dire a proposito della forma slava degli orecchini, quando anche questi presso i nostri coloni hanno un nome italiano, e precisamente uno che non è usato in Dalmazia ma al contrario nell’Italia del Sud? Tuttavia devo accontentarmi di aver richiamato l’attenzione su questi pochi dubbi rispetto all’origine slava di tali parti dell’abbigliamento, poiché non ho avuto la possibilità di confrontare sul luogo il costume dei nostri coloni con quello degli italiani che vivono fuori dall’ambito delle colonie serbocroate di un tempo. Anche nel modo di vive re e negli usi e costumi i coloni hanno assai poche particolarità che li distinguano dai loro vicini. Le case (hiže), come mi assicura l’ingegner G. Giorgetti, molto bene informato a questo proposito, vengono costruite esattamente come nelle località italiane. Si tratta di piccole case in pietra, per la maggior parte a un solo piano, ma anche a più piani se la famiglia è più grande, perché normalmente ogni piano consiste di una sola camera. E non ha molta importanza che il Dr. Smodlaka sottolinei (Posjet, S. 32) che le case dei coloni sono molto simili a quelle sulle isole dalmate, perché la casa nella zona costiera è in ogni caso di tipo italiano. Di solito si trovano dunque nella stessa stanza, oltre al fuoco aperto (fogular) e al forno (peć), un numero corrispondente di letti (per i genitori sempre un letto matrimoniale), poi una tavola (stolica) con alcune sedie (seg), un telaio e parecchi bauli in legno per tenere vestiti, cereali, farina ecc. L’alimentazione consiste prevalentemente di pane di granturco, pasta (lazanje o makarune), verdura e frutta, mentre la polenta (friškatela) viene mangiata poco. Però ci sono anche alcuni cibi che dovrebbero essere propri dei nostri coloni, per esempio prima di tutto le kolače ripiene di kaš - kavunisk che si fanno a S. Biagio e per i matrimoni, inoltre le pàntice che si preparano solo per il giorno di S. Biagio (il 3 febbraio). La kaš - kavunisk (all’apparenza una deformazione di kaša - škavuniska in italiano pasta schiavona) consiste di mosto di vino e mollica che vengono cotti insieme a noci e pezzi di buccia d’arancia. (10) L’ultimo giorno di carnevale si man gia invece il budein cioè stomaco di maiale con formaggio, uova e mollica di pane. I costumi che si osservano in occasione degli avvenimenti principali nella vita famigliare, quindi la nascita, il battesimo, il matrimonio, il funerale, sono, secondo le affermazioni concordanti di tutti gli osservatori fino ad oggi e anche secondo le mie ricerche, completamente uguali a quelli degli italiani che lo siano veramente? Così, specialmente per quanto riguarda i funerali, De Rubertis ha comunicato che le donne piangono forte attorno all’estinto fin tanto che giace sulla bara, raccontando “i più bei tratti della vita del trapassato” e Vegezzi-Ruscalla (p. 16) dice esplicitamente che “l’accompagnatura dei cadaveri” si differenzia da quello dei paesi vicini, però che non è esclusivamente slavo, come pensa (il suo informatore!) De Rubertis, ma che è in uso anche presso gli albanesi e in Sardegna. Vegezzi-Ruscalla tuttavia non dice in che cosa consista quest’accompagnamento delle salme. In realtà consiste nel fatto che l’estinto viene pianto a voce alta, non solo in casa ma anche lungo tutto il percorso fino alla chiesa e poi fino al cimitero, dalle parenti più vicine (e mai da lamentatrici pagate), che esprimono le sue qualità e il dolore di quelli che restano come succede per esempio anche nella Dalmazia meridionale nel Montenegro! e che la salma viene portata sulla bara aperta. Cosa quest’ultima che fu però proibita dall’autorità pubblica per motivi igienici ma che viene ciononostante ancora praticata, e io stesso ho visto sotto la mia finestra portare al cimitero una fanciulla in questo modo. E molto probabile, d’altra parte, che anche i costumi del matrimonio contengano qualcosa di particolare. Per esempio può far parte di ciò lo svolgimento del fidanzamento descritto da Baldacci (p. 55) e ora non più realizzato: “I parenti dello sposo si recavano con grande seguito alla casa della sposa con un messo che prima aveva preso accordi sulla cerimonia. L’intermediario si fermava nelle vicinanze della casa, mentre il capofamiglia della sposa restava sulla soglia della porta e quando il corteo si avvicinava gli chiudeva la porta in faccia Poi il messo avanzava da solo per bussare alla porta e il capofamiglia dall’interno domandava che cosa si cercasse. Il messo rispondeva che si cercava una giovenca. Il capofamiglia reagiva con la domanda su che tipo di mantello avesse la giovenca e il messo rispondeva donando il colore dei capelli della prescelta cercata. Se la sposa era bionda rispondeva: un mantello biondo; se era bruna, rispondeva un mantello nero, ecc. Dopo questa risposta dell’intermediario, che dava le caratteristiche della sposa, si apriva la porta della casa e tutti entravano in modo cerimonioso e distribuivano regali”.

 


(8) L’abbigliamento delle donne sposate (più anziane) che ho descritto qui, e che ho visto molto spesso, corrisponde quasi completamente a quello che Baldacci (p. 56) dice per il presunto abbigliamento di un tempo delle ragazze, con la differenza che egli parla per la gonna (halja) di stoffa di lana rossa (si pensi alle giacche rosse dei tempi più antichi nominate dal Dr. Smodlaka [col. 111]), colore che proprio non si può trovare oggigiorno nelle gonne delle donne.

 


(9) Qui egli parla tuttavia di colletto, camicia e del modo particolare con cui il fazzoletto viene legato (ovratnik, košulju i posebni način omatanja rupca oko glave), ma questa tripartizione dovrebbe basarsi su un errore di stampa (ovratnik, košulju... invece di ovratnik košulje... “collo della camicia”), perché effettivamente solo il collo della camicia e non tutta la camicia è caratteristico, e anche il Dr. Smodlaka stesso non nomina nel secondo passo la camicia in se stessa.

 


(10) A Campobasso si chiama pane škiawuniske “farina impastata con mosto cotto” (Archivio glottol. ital., vol. IV, p. 152).

 

Testi tratti dalla traduzione di: Copyright © Walter Breu e Monica Gardenghi - Campobasso 1997.

   

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