SERBOKROATISCHEN KOLONIEN

SÜDITALIENS

DI

Milan Rešetar

Vienna 1911

 

Sebbene i coloni non siano più del tipo puramente slavo a causa dei non rari matrimoni con italiani, essi si differenziano però chiaramente da costoro. Tuttavia questa differenza non è così grande e tale quale il vecchio De Rubertis la vedeva quando affermava che gli uomini erano di statura e complessione erculea e le donne di una bellezza sorprendente. Ripete la stessa cosa, senza dubbio sulla base di informazioni dello stesso De Rubertis, anche Vegezzi - Ruscalla, che aggiunge anche che capelli e occhi erano principalmente neri e che gli uomini si distinguevano dai vicini italiani “per un incesso alcunché altero e pensoso”. La “complessione erculea” e la “bellezza sorprendente” sono probabilmente espressione del campanilismo e, se si vuole, anche del patriottismo slavo di De Rubertis, facilmente comprensibile e perdonabile, poiché in realtà i nostri coloni sono solo in generale di figura più alta e più snella dei loro vicini italiani. Si può forse anche ammettere che le donne siano più belle delle italiane, ma oggigiorno non si può parlare di una ‘bellezza sorprendente”! Lo hanno riconosciuto con me anche gli abitanti del luogo, che osservarono in aggiunta che prima le loro donne erano veramente più belle, e per questo anche i giovanotti italiani delle località limitrofe si prendevano volentieri una sposa delle nostre colonie, mentre ciò succede oggi molto più raramente. Mi sembra però sorprendente che Vegezzi - Ruscalla, o De Rubertis, affermino che capelli e occhi dei nostri coloni sono principalmente neri, perché al contrario io ho trovato che capelli e occhi sono normalmente castani e che i nostri coloni si differenziano proprio in questo considerevolmente dagli italiani, che normalmente hanno capelli e occhi neri. Ha constatato la stessa cosa anche Smodlaka, ma i suoi dati per quanto concerne il numero delle persone dai capelli neri non concordano, perché una volta (Hrv. Misao, p. 753) dice che ce ne sono poche e un’altra volta che ce ne sono abbastanza (Posjet, p. 38). Inoltre Smodlaka ha osservato giustamente (Hrv. Misao, p. 753) che gli zigomi sono più sporgenti di quelli degli italiani, ciò che probabilmente è così perché i coloni sono del tutto secchi e non hanno dei visi così pieni come gli italiani. Ma per quanto riguarda specialmente “l’andatura un po’ fiera e pensierosa” e “l’espressione mite degli occhi” sottolineata da Smodlaka (Hrv. Misao, p. 753) vorrei far risalire questi caratteri un po’ romantici al fatto che i nostri coloni sono più seri e tranquilli che gli italiani. Tutto sommato essi somigliano molto ai serbocroati che vivono sulla costa e nelle isole della Dalmazia del nord e centrale. Credetti spesso di avere davanti a me persone che avevo visto a Spalato e nei dintorni e, siccome li sentivo parlare oltracciò nel loro dialetto icavo, l’illusione era completa. Se non è facile constatare nella costituzione fisica dei coloni quegli aspetti per cui essi si differenziano dai loro vicini, è ancora più difficile trovare nel loro carattere quegli elementi che possono servire allo stesso scopo. Ma vengono loro riconosciute in generale, e soprattutto dai loro vicini italiani, l’onestà, la natura pacifica, la laboriosità e l’ospitalità; ragione per cui essi sono visti e trattati dagli italiani come dei compaesani graditi, anche se parlano diversamente, e non sono affatto considerati stranieri fastidiosi o addirittura pericolosi, come lo sono invece gli albanesi ugualmente per gli italiani e per i coloni. Così si spiega anche che i matrimoni misti tra italiani e serbocroati sono un fenomeno del tutto normale, mentre quelli tra albanesi e italiani o coloni si verificano molto raramente.(3) Infatti, durante il mio soggiorno ad Acquaviva non ho mai visto che qualcuno venisse alle mani o litigasse violentemente, sebbene la vita quotidiana in estate si svolga a porte e finestre aperte e perfino in gran parte per strada. Sono tranquilli e seri, (4) pacifici, moderati nel mangiare e nel bere e taciturni, se è necessario anche audaci, e Vegezzi - Ruscalla (p. 16) documenta che i piemontesi poterono apprezzare la loro prodezza e disciplina nei campi di battaglia e racconta che il 15 luglio 1861, quando nella zona una banda formata prevalentemente da albanesi si dichiarò per il re Francesco contro Vittorio Emmanuele, 32 guardie nazionali delle nostre colonie opposero resistenza per tre ore a una banda composta da ca. 300 di tali briganti e alla fine la respinsero. Una bella qualità dei nostri coloni che, per quanto ne so, non è stata finora sottolineata da nessuno, ma che ho potuto osservare in numerosi casi, è anche la pulizia, che si rivela particolarmente nella biancheria degli uomini e delle donne. Forse per ciò il posto più animato in tutto il paese è la fonte con il lavatoio annesso, dove parecchie donne e ragazze sono sempre occupate a lavare. Si astengono anche dalle bestemmie, dalle maledizioni e dalle parole oscene, che vengono usate così frequentemente dagli italiani, ma anche dai dalmati, quando sono un po’ arrabbiati. Rivolgendosi la parola usano sempre, come generalmente la gente semplice presso i serbocroati. la seconda persona singolare e mai al modo italiano la seconda plurale. Ma naturalmente anche il carattere dei nostri coloni ha le sue parti deboli già De Rubertis parlò della loro estrema caparbietà, a causa della quale essi, come ho saputo da buona fonte, sono anche prepotenti e spesso “passano l’acqua”. Sta in relazione a ciò certamente anche il fatto che spesso si verificano danneggiamenti dolosi ai campi, due aspetti del carattere che sono molto tipici anche per i dalmati che vivono sulla costa e nelle isole! Nonostante la sobrietà osservata solitamente, accade inoltre che gli uomini apprezzino troppo il vino, tanto a buon mercato in Italia, come ammette anche De Rubertis, e in tal caso si giunge anche a risse. Ma raramente sono scontri sanguinosi, così come in generale azioni criminose sono un fenomeno molto raro. Anche per l’affermazione un po’ romanticheggiante di De Rubertis che “non sogliono altrimenti lavare la macchia d’onore che col sangue” non trovai alcuna conferma e non fu neppure possibile portarmi alcun esempio risalente agli ultimi anni. Infine il fatto che i coloni siano più superstiziosi che pii è praticamente ovvio in fondo vivono in una delle regioni meno progredite del l’Italia del Sud! Salta particolarmente agli occhi la disinvoltura che hanno in chiesa prima dell’inizio della messa: si conversa a voce alta, si ride, si chiama, si rimproverano i bambini assai inquieti e per passare il tempo si schiacciano noci o si mangia dell’altra frutta! Intellettualmente essi sono molto ben sviluppati: comprendono facilmente e si esprimono con chiarezza, apprendono anche volentieri e perciò mandano anche di buon grado i loro bambini alla scuola elementare del posto. I figli di famiglie più agiate frequentano spesso anche scuola media e università, cosicché le colonie hanno una sovrapproduzione di persone istruite, che si devono sistemare nei comuni limitrofi per fare i medici, gli avvocati e i preti. Alcuni sono andati anche nell’esercito italiano, e per un qualche tempo ho tenuto corrispondenza con un giovane tenente italiano che concludeva le sue lettere con alcune parole serbocroate (5). Sebbene i coloni riconoscano e sappiano senza dubbio, già a causa della differenza nella lingua, di essere effettivamente diversi dai loro vicini italiani e albanesi, hanno solo un’idea vaga di chi siano veramente: sentono che gli italiani li chiamano slavi (Schiavoni, in dialetto Schiavune) e perciò si chiamano anch’essi Škjavun “slavo” e rispettivamente Škjavunka “slava”, ma la maggior parte di loro non aveva alcuna idea che fuori dalla loro minuscola oasi ci fosse un grande mondo slavo! Oltre a questa denominazione generale assunta dagli estranei, essi non hanno un nome di nazionalità specifico slavo, non essendo noto presso di loro né il nome “croato” ne il nome “serbo”. E non hanno un nome nemmeno per la loro lingua, ma dicono semplicemente na našu govorit “parlare a modo nostro” ecc. Questo fatto è importante per la localizzazione del la loro terra d’origine, perché se fossero emigrati da una zona dell’antica Croazia, avrebbero certamente conservato almeno per la lingua anche il nome “croato”. Manca loro completamente il sentimento nazionale slavo, a questo riguardo si differenziano del tutto dagli albanesi, che mettono in evidenza la loro nazionalità albanese in ogni occasione più o meno adeguata, e guardano i loro vicini dall’alto al basso come esseri inferiori, con lo stesso orgoglio con cui i cavalieri predatori medievali guardavano la “canaglia” che aveva la dubbia fortuna di capitar loro vicina. Il primo dei coloni che si sentiva e dichiarava veramente slavo, fu De Rubertis, e seppe comunicare ad alcuni scolari e parenti il suo sentimento slavo, che naturalmente non era in contrasto né per lui ne per nessun altro dei coloni con il patriottismo italiano e l’amore per la nuova patria. Questo sentimento slavo si rafforzò poi presso le persone istruite e fu risvegliato in parte presso la gente semplice dai viaggi che studiosi e turisti slavi e non slavi intrapresero nelle colonie per studiarle o conoscerle. Si formò in tal modo il concetto e il nome dell’italo-slavo, dell’italiano di lingua slava un concetto che trovò un’espressione concreta nella già citata denominazione della piazza principale Piazza Italo-slava, mentre il sentimento “italo-slavo” si manifestò pubblicamente in occasione del matrimonio del re Vittorio Emanuele II con la principessa Elena di Montenegro, essendo il telegramma di auguri inviato dai comuni di Acquaviva e San Felice redatto nel dialetto locale slavo. Su iniziativa del Dr. Smodlaka fu fondata ad Acquaviva una Biblioteca slava, che doveva offrire alle persone istruite la possibilità di esercitare la lingua letteraria serbocroata: i libri donati per lo più da privati della Dalmazia e della Croazia si trovano però rinchiusi e inutilizzati in un armadio nella sala delle riunioni del municipio perché, con un paio di eccezioni, tutti quelli che ci hanno provato hanno abbandonato lo studio della lingua serbocroata dopo il primo slancio. E più che naturale che l’istruzione esclusivamente italiana non lasci emergere un sentimento nazionale slavo, che peraltro non avrebbe né una giustificazione né un senso! Ancora più intensamente e chiaramente che nei caratteri fisici e psicologici del popolo, l’individualità di un popolo emerge nei suoi costumi tradizionali, nelle sue maniere e usanze e inoltre nel folclore, nella misura in cui il popolo in questione ha conservato in questo campo le proprie caratteristiche specifiche! Purtroppo questo non è quasi per niente il caso dei nostri coloni, e a questo proposito essi si sono assimilati ai loro vicini ancora di più di quanto abbiano fatto già rispetto alla lingua: il vecchio costume slavo è stato sostituito in parte da quello dei vicini italiani e, tra i giovani anche dall’abbigliamento urbano cosmopolita. Sembra però che il vecchio costume sia stato abbandonato solo a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, perché ancora nel 1853 viveva, secondo la testimonianza di De Rubertis (p. 27/28), un vecchio di circa 90 anni “che non ha voluto mai introdurre novità alcuna nel suo modo di vestire” e che indossava sempre una casacca di panno colore scarlatto , simile “quasi a moderni saccò” e un berrettino rosso “come un berretto cardinalizio” (vale a dire nel colore e non nella misura). (6) E Vegezzi-Ruscalla (p. 16) racconta (sempre secondo i resoconti di De Rubertis) che i coloni “fino allo scorcio dell’ultimo secolo vestivano alla dalmata, ora più non serbano di particolare se non un tabarro che chiamano con voce slava kaban”. (7) Il Dr. Smodlaka, d’altra parte, informa (Posjet, p. 12) che nelle colonie si è conservato il ricordo “dei pantaloni stretti, dei cappotti antiquati e delle giacche da donna (ječerme) di stoffa rossa che si portavano prima”. Infine ho sentito da fonte attendibile che gli anziani ad Acquaviva si ricordano che gli uomini indossavano, invece della župa che si descriverà più avanti, una giacca rossa un po più lunga, chiusa sul retro e svasata, e talvolta anche un cappotto rosso così come invece del cappello basso, in uso ora, un cappello alto e conico alla calabrese con sotto una piccola calotta rossa. Da queste poche in formazioni sul vecchio costume dei nostri coloni si può dedurre dunque solo una cosa con sufficiente sicurezza, e cioè che nel costume ormai scomparso il colore rosso aveva un ruolo piuttosto importante.

 


(3) “Nei rari casi in cui ciò accade, tuttavia, può succedere che i figli sappiano anche tre lingue. Ad Acquaviva, per esempio, ho conosciuto un bambino di 10 anni che, essendo figlio di un serbocroato e di una albanese, parlava abbastanza correntemente serbocroato, albanese e italiano.

 


(4) De Rubertis afferma di non avere mai visto un uomo piangere, e che si può riconoscere il dolore intimo solo nell’espressione del volto.

 


(5) È commovente la storia che racconta il Dr. Smodlaka (Posjet, p. 2 1/22) di un brigadiere dei Carabinieri italiano, un nipote di De Rubertis, che incontrò ad Asmara (in Africa) un gruppo di 23 maomettani emigrati dalla Bosnia che senza guida e senza mezzi e senza poter comunicare con nessuno, cercavano in Africa una nuova patria! Egli, il soldato italiano, poté comunicare con loro con reciproca gioia e li tenne con sé per un giorno, ma dovette poi lasciarli continuare la loro triste via.

 


(6) Anche Baldacci riporta questa informazione (p. 56) da De Rubertis. Egli premette l’osservazione: “Ci si ricorda nei tre comuni di un vecchio a Montemitro che si vestì fino alla morte di stoffa rossa...”

 


(7) Ma nelle nostre colonie il “tabarro” si chiama plašt.

 

Testi tratti dalla traduzione di: Copyright © Walter Breu e Monica Gardenghi - Campobasso 1997.

   

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