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Sebbene
i coloni non siano più del tipo puramente slavo a causa dei non rari
matrimoni con italiani, essi si differenziano però chiaramente da costoro.
Tuttavia questa differenza non è così grande e tale quale il vecchio
De Rubertis la vedeva quando affermava che gli uomini erano di statura
e complessione erculea e le donne di una bellezza sorprendente. Ripete
la stessa cosa, senza dubbio sulla base di informazioni dello stesso
De Rubertis, anche Vegezzi - Ruscalla, che aggiunge anche che capelli
e occhi erano principalmente neri e che gli uomini si distinguevano
dai vicini italiani “per un incesso alcunché altero e pensoso”. La “complessione
erculea” e la “bellezza sorprendente” sono probabilmente espressione
del campanilismo e, se si vuole, anche del patriottismo slavo di De
Rubertis, facilmente comprensibile e perdonabile, poiché in realtà i
nostri coloni sono solo in generale di figura più alta e più snella
dei loro vicini italiani. Si può forse anche ammettere che le donne
siano più belle delle italiane, ma oggigiorno non si può parlare di
una ‘bellezza sorprendente”! Lo hanno riconosciuto con me anche gli
abitanti del luogo, che osservarono in aggiunta che prima le loro donne
erano veramente più belle, e per questo anche i giovanotti italiani
delle località limitrofe si prendevano volentieri una sposa delle nostre
colonie, mentre ciò succede oggi molto più raramente. Mi sembra però
sorprendente che Vegezzi - Ruscalla, o De Rubertis, affermino che capelli
e occhi dei nostri coloni sono principalmente neri, perché al contrario
io ho trovato che capelli e occhi sono normalmente castani e che i nostri
coloni si differenziano proprio in questo considerevolmente dagli italiani,
che normalmente hanno capelli e occhi neri. Ha constatato la stessa
cosa anche Smodlaka, ma i suoi dati per quanto
concerne il numero delle persone dai capelli neri non concordano, perché
una volta (Hrv. Misao, p. 753) dice che ce ne sono poche e un’altra
volta che ce ne sono abbastanza (Posjet, p. 38). Inoltre
Smodlaka ha osservato giustamente (Hrv. Misao,
p. 753) che gli zigomi sono più sporgenti di quelli degli italiani,
ciò che probabilmente è così perché i coloni sono del tutto secchi e
non hanno dei visi così pieni come gli italiani. Ma per quanto riguarda
specialmente “l’andatura un po’ fiera e pensierosa” e “l’espressione
mite degli occhi” sottolineata da Smodlaka (Hrv.
Misao, p. 753) vorrei far risalire questi caratteri un po’ romantici
al fatto che i nostri coloni sono più seri e tranquilli che gli italiani.
Tutto sommato essi somigliano molto ai serbocroati che vivono sulla
costa e nelle isole della Dalmazia del nord e centrale.
Credetti spesso di avere davanti a me persone
che avevo visto a Spalato e nei dintorni e, siccome li sentivo parlare
oltracciò nel loro dialetto icavo, l’illusione era completa. Se non
è facile constatare nella costituzione fisica dei coloni quegli aspetti
per cui essi si differenziano dai loro vicini, è ancora più difficile
trovare nel loro carattere quegli elementi che possono servire allo
stesso scopo. Ma vengono loro riconosciute in generale, e soprattutto
dai loro vicini italiani, l’onestà, la natura pacifica, la laboriosità
e l’ospitalità; ragione per cui essi sono visti e trattati dagli italiani
come dei compaesani graditi, anche se parlano diversamente, e non sono
affatto considerati stranieri fastidiosi o addirittura pericolosi, come
lo sono invece gli albanesi ugualmente per gli italiani e per i coloni.
Così si spiega anche che i matrimoni misti tra italiani e serbocroati
sono un fenomeno del tutto normale, mentre quelli tra albanesi e italiani
o coloni si verificano molto raramente.(3)
Infatti, durante il mio soggiorno ad Acquaviva non ho mai visto che
qualcuno venisse alle mani o litigasse violentemente, sebbene la vita
quotidiana in estate si svolga a porte e finestre aperte e perfino in
gran parte per strada. Sono tranquilli e seri, (4)
pacifici, moderati nel mangiare e nel bere e taciturni, se è necessario
anche audaci, e Vegezzi - Ruscalla (p. 16) documenta che i piemontesi
poterono apprezzare la loro prodezza e disciplina nei campi di battaglia
e racconta che il 15 luglio 1861, quando nella zona una banda formata
prevalentemente da albanesi si dichiarò per il re Francesco contro Vittorio
Emmanuele, 32 guardie nazionali delle nostre colonie opposero resistenza
per tre ore a una banda composta da ca. 300 di tali briganti e alla
fine la respinsero. Una bella qualità dei nostri coloni che, per quanto
ne so, non è stata finora sottolineata da nessuno, ma che ho potuto
osservare in numerosi casi, è anche la pulizia, che si rivela particolarmente
nella biancheria degli uomini e delle donne. Forse per ciò il posto
più animato in tutto il paese è la fonte con il lavatoio annesso, dove
parecchie donne e ragazze sono sempre occupate a lavare. Si astengono
anche dalle bestemmie, dalle maledizioni e dalle parole oscene, che
vengono usate così frequentemente dagli italiani, ma anche dai dalmati,
quando sono un po’ arrabbiati. Rivolgendosi la parola usano sempre,
come generalmente la gente semplice presso i serbocroati. la seconda
persona singolare e mai al modo italiano la seconda plurale. Ma naturalmente
anche il carattere dei nostri coloni ha le sue parti deboli già De Rubertis
parlò della loro estrema caparbietà, a causa della quale essi, come
ho saputo da buona fonte, sono anche prepotenti e spesso “passano
l’acqua”. Sta in relazione a ciò certamente anche il fatto che
spesso si verificano danneggiamenti dolosi ai campi, due aspetti del
carattere che sono molto tipici anche per i dalmati che vivono sulla
costa e nelle isole! Nonostante la sobrietà osservata solitamente, accade
inoltre che gli uomini apprezzino troppo il vino, tanto a buon mercato
in Italia, come ammette anche De Rubertis, e in tal caso si giunge anche
a risse. Ma raramente sono scontri sanguinosi, così come in generale
azioni criminose sono un fenomeno molto raro. Anche per l’affermazione
un po’ romanticheggiante di De Rubertis che “non sogliono altrimenti
lavare la macchia d’onore che col sangue” non trovai alcuna conferma
e non fu neppure possibile portarmi alcun esempio risalente agli ultimi
anni. Infine il fatto che i coloni siano più superstiziosi che pii è
praticamente ovvio in fondo vivono in una delle regioni meno progredite
del l’Italia del Sud! Salta particolarmente agli occhi la disinvoltura
che hanno in chiesa prima dell’inizio della messa: si conversa a voce
alta, si ride, si chiama, si rimproverano i bambini assai inquieti e
per passare il tempo si schiacciano noci o si mangia dell’altra frutta!
Intellettualmente essi sono molto ben sviluppati: comprendono facilmente
e si esprimono con chiarezza, apprendono anche volentieri e perciò mandano
anche di buon grado i loro bambini alla scuola elementare del posto.
I figli di famiglie più agiate frequentano spesso anche scuola media
e università, cosicché le colonie hanno una sovrapproduzione di persone
istruite, che si devono sistemare nei comuni limitrofi per fare i medici,
gli avvocati e i preti. Alcuni sono andati anche nell’esercito italiano,
e per un qualche tempo ho tenuto corrispondenza con un giovane tenente
italiano che concludeva le sue lettere con alcune parole serbocroate
(5). Sebbene i coloni riconoscano
e sappiano senza dubbio, già a causa della differenza nella lingua,
di essere effettivamente diversi dai loro vicini italiani e albanesi,
hanno solo un’idea vaga di chi siano veramente: sentono che gli italiani
li chiamano slavi (Schiavoni, in dialetto Schiavune) e perciò si chiamano
anch’essi Škjavun “slavo” e rispettivamente Škjavunka “slava”, ma la
maggior parte di loro non aveva alcuna idea che fuori dalla loro minuscola
oasi ci fosse un grande mondo slavo! Oltre a questa denominazione generale
assunta dagli estranei, essi non hanno un nome di nazionalità specifico
slavo, non essendo noto presso di loro né il nome “croato” ne il nome
“serbo”. E non hanno un nome nemmeno per la loro lingua, ma dicono semplicemente
na našu govorit “parlare a modo nostro” ecc. Questo fatto è importante
per la localizzazione del la loro terra d’origine, perché se fossero
emigrati da una zona dell’antica Croazia, avrebbero certamente conservato
almeno per la lingua anche il nome “croato”. Manca loro completamente
il sentimento nazionale slavo, a questo riguardo si differenziano del
tutto dagli albanesi, che mettono in evidenza la loro nazionalità albanese
in ogni occasione più o meno adeguata, e guardano i loro vicini dall’alto
al basso come esseri inferiori, con lo stesso orgoglio con cui i cavalieri
predatori medievali guardavano la “canaglia” che aveva la dubbia fortuna
di capitar loro vicina. Il primo dei coloni che si sentiva e dichiarava
veramente slavo, fu De Rubertis, e seppe comunicare ad alcuni scolari
e parenti il suo sentimento slavo, che naturalmente non era in contrasto
né per lui ne per nessun altro dei coloni con il patriottismo italiano
e l’amore per la nuova patria. Questo sentimento slavo si rafforzò poi
presso le persone istruite e fu risvegliato in parte presso la gente
semplice dai viaggi che studiosi e turisti slavi e non slavi intrapresero
nelle colonie per studiarle o conoscerle. Si formò in tal modo il concetto
e il nome dell’italo-slavo, dell’italiano di lingua slava un concetto
che trovò un’espressione concreta nella già citata denominazione della
piazza principale Piazza Italo-slava, mentre il sentimento “italo-slavo”
si manifestò pubblicamente in occasione del matrimonio del re Vittorio
Emanuele II con la principessa Elena di Montenegro, essendo il telegramma
di auguri inviato dai comuni di Acquaviva e San Felice redatto nel dialetto
locale slavo. Su iniziativa del Dr. Smodlaka fu fondata ad Acquaviva
una Biblioteca slava, che doveva offrire alle persone istruite la possibilità
di esercitare la lingua letteraria serbocroata: i libri donati per lo
più da privati della Dalmazia e della Croazia si trovano però rinchiusi
e inutilizzati in un armadio nella sala delle
riunioni del municipio perché, con un paio di eccezioni, tutti quelli
che ci hanno provato hanno abbandonato lo studio della lingua serbocroata
dopo il primo slancio. E più che naturale che l’istruzione esclusivamente
italiana non lasci emergere un sentimento nazionale slavo, che peraltro
non avrebbe né una giustificazione né un senso! Ancora più intensamente
e chiaramente che nei caratteri fisici e psicologici del popolo, l’individualità
di un popolo emerge nei suoi costumi tradizionali, nelle sue maniere
e usanze e inoltre nel folclore, nella misura in cui il popolo in questione
ha conservato in questo campo le proprie caratteristiche specifiche!
Purtroppo questo non è quasi per niente il caso dei nostri coloni, e
a questo proposito essi si sono assimilati ai loro vicini ancora di
più di quanto abbiano fatto già rispetto alla lingua: il vecchio costume
slavo è stato sostituito in parte da quello dei vicini italiani e, tra
i giovani anche dall’abbigliamento urbano cosmopolita. Sembra però che
il vecchio costume sia stato abbandonato solo a cavallo tra il XVIII
e il XIX secolo, perché ancora nel 1853 viveva, secondo la testimonianza
di De Rubertis (p. 27/28), un vecchio di circa 90 anni “che non ha voluto
mai introdurre novità alcuna nel suo modo di vestire” e che indossava
sempre una casacca di panno colore scarlatto , simile “quasi a moderni
saccò” e un berrettino rosso “come un berretto cardinalizio” (vale a
dire nel colore e non nella misura). (6)
E Vegezzi-Ruscalla (p. 16) racconta (sempre secondo i resoconti di De
Rubertis) che i coloni “fino allo scorcio dell’ultimo secolo vestivano
alla dalmata, ora più non serbano di particolare se non un tabarro che
chiamano con voce slava kaban”. (7)
Il Dr. Smodlaka, d’altra parte, informa (Posjet, p. 12) che nelle colonie
si è conservato il ricordo “dei pantaloni stretti, dei cappotti antiquati
e delle giacche da donna (ječerme) di stoffa rossa che si portavano
prima”. Infine ho sentito da fonte attendibile che gli anziani ad Acquaviva
si ricordano che gli uomini indossavano, invece della župa che si descriverà
più avanti, una giacca rossa un po più lunga, chiusa sul retro e svasata,
e talvolta anche un cappotto rosso così come invece del cappello basso,
in uso ora, un cappello alto e conico alla calabrese con sotto una piccola
calotta rossa. Da queste poche in formazioni sul vecchio costume dei
nostri coloni si può dedurre dunque solo una cosa con sufficiente sicurezza,
e cioè che nel costume ormai scomparso il colore rosso aveva un ruolo
piuttosto importante.
(3) “Nei rari casi
in cui ciò accade, tuttavia, può succedere che i figli sappiano anche
tre lingue. Ad Acquaviva, per esempio, ho conosciuto un bambino di 10
anni che, essendo figlio di un serbocroato e di una albanese, parlava
abbastanza correntemente serbocroato, albanese e italiano.
(4) De Rubertis afferma
di non avere mai visto un uomo piangere, e che si può riconoscere il
dolore intimo solo nell’espressione del volto.
(5)
È commovente la storia che racconta il
Dr. Smodlaka (Posjet, p. 2 1/22) di un brigadiere
dei Carabinieri italiano, un nipote di De Rubertis, che incontrò ad
Asmara (in Africa) un gruppo di 23 maomettani emigrati dalla Bosnia
che senza guida e senza mezzi e senza poter comunicare con nessuno,
cercavano in Africa una nuova patria! Egli, il soldato italiano, poté
comunicare con loro con reciproca gioia e li tenne con sé per un giorno,
ma dovette poi lasciarli continuare la loro triste via.
(6)
Anche Baldacci riporta questa informazione
(p. 56) da De Rubertis. Egli premette l’osservazione: “Ci si ricorda
nei tre comuni di un vecchio a Montemitro che si vestì fino alla morte
di stoffa rossa...”
(7) Ma nelle nostre
colonie il “tabarro” si chiama plašt.
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