SERBOKROATISCHEN KOLONIEN

SÜDITALIENS

DI

Milan Rešetar

Vienna 1911

 

Prima del 1880 era molto difficile aprirsi una via fino alle colonie serbocroate del Molise, semplicemente perché non c’erano strade! In particolare era faticoso raggiungerle dal capoluogo del circondario a cui appartengono dal punto di vista politico amministrativo e giuridico, cioè dalla piccola città di Larino, come ne fecero esperienza anche Kovačić e Baudouin quando si recarono da lì ad Acquaviva, perché si dovevano non solo percorrere i 19 km di strada, che per l’appunto non era una strada, per pedes apostolorum o tutt’al più cavalcando un mulo o un asino, ma si doveva anche guadare il fiume Biferno, sul quale non c’era nessun ponte.(1) Da quando però nel 1880 fu aperta la strada che congiunge Palata, il capoluogo della circoscrizione giuridica di cui fa parte Acquaviva, con la città portuale di Termoli e poi nel 1895 fu completato anche il tratto Palata - Acquaviva - Castelmauro, da Termoli, situata sulla linea ferroviaria Ancona - Brindisi, si può raggiungere comodamente in carrozza almeno Acquaviva Collecroce. Fra circa due anni però sarà pronta anche la strada carreggiabile che collegherà quest’ultima località con Larino, cosa di grande importanza per i nostri coloni perché essi in questo modo potranno raggiungere comodamente non solo Larino, sede della loro corte di giustizia e della sottoprefettura, ma da lì anche il capoluogo della loro provincia, con la linea ferroviaria che va da Termoli a Campobasso. Visto che la nuova strada per Larino è stata tracciata in modo da evitare la ripidissima strada d’accesso precedente, che portava nel paese dalla carreggiabile Palata - Castelmauro, Acquaviva avrà collegamenti molto comodi e buoni da una parte con il mare (Termoli) e dall’altra con Larino e Campobasso. Le altre due colonie invece si trovano ancora al di fuori di qualsiasi collegamento stradale, tant’è che si possono raggiungere solo o attraverso sentieri molto sassosi in uno stato miserabile o, se si vogliono evitare questi ultimi, attraverso prati e campi. Le colonie serbocroate della provincia di Campobasso ancora esistenti e quelle di una volta si trovano in quella parte della provincia che si estende tra i fiumi Trigno a nord e Biferno a sud, dagli Apennini a ovest fino al mare verso est, e che, fatta eccezione per una piatta fascia costiera molto stretta, è occupata dai declivi degli Apennini, cosicché si ha un graduale declino del terreno in direzione del mare e un corrispondente innalzarsi nella direzione opposta. Poi ché dunque questa tendenza del terreno ha una direzione nord - orientale secondo l’andamento degli Apennini, ragione per cui sia il Trigno che il Biferno seguono anche la stessa direzione, la colonia serbocroata più vicina al mare, e cioè San Giacomo degli Schiavoni, ha un’altitudine di solo 169 m, mentre quella più lontana dal mare posta a sudovest di San Giacomo, San Biase, è già a 966 m d’altezza. Le tre colonie conservatesi che si trovano all’incirca a metà strada tra questi due punti estremi sono anche più o meno a metà del dislivello tra le due località. Nei casi particolari di San Felice Slavo, a 548 m e di Montemitro, a 510 m, ciò è specialmente esatto, mentre Acquaviva, a 440 m sul livello del mare, è situata un po’ più in basso, perché essa non fu costruita, come le altre località della zona, sulla cima di una collina ma su un versante, proprio dove si trovava una fonte di buona acqua potabile. Dal mare fino alle tre colonie il territorio è decisamente collinoso, tanto che dalla sommità di ogni collina si vede tutto intorno un’intera serie di colline più alte e più basse, tra le quali si aprono anguste e ampie vallate. Colline e valli sono completamente coperte di verde, benché la zona sia povera d’acqua, perché le sorgenti sono molto rare e perciò anche i torrenti che scorrono nelle valli non portano acqua per una gran parte dell’anno. Si tratta per la maggior parte di campi e prati, in parte anche di vigneti e frutteti, che ricoprono il terreno, mentre il bosco si trova qui ancora abbastanza raramente. Si può dunque capire che il paesaggio deve fare l’impressione di una terra molto ricca a uno che venga dalla Dalmazia, così povera di vegetazione, mentre in realtà “la provincia di Campobasso è tra le più povere e trascurate di tutta l’Italia”. Ma la cosa più caratteristica del paesaggio è la mancanza di villaggi aperti sparsi nel territorio. infatti, a causa dell’insicurezza dominante, nei tempi più antichi il soggiorno stabile in territorio aperto era impossibile e perciò la popolazione si concentrava in poche località, che erano però popolate con relativa densità e si trovavano addossate l’una all’altra, e che inoltre sono costruite normalmente su alture isolate e hanno pienamente il carattere edilizio di piccole città, poiché le piccole case, di regola a uno, ma talvolta anche a più piani formano viottoli stretti, raramente interrotti da orti o cortili. Grazie alla loro alta posizione su un terreno in declino le località sono in generale salubri. Ciononostante la popolazione soffre non poco della febbre intermittente che i braccianti portano dalle valli, dove l’acqua dei ruscelli che si prosciuga lentamente dopo forti piogge forma paludi malsane. Il clima è molto piacevole, ma un’altra conseguenza della posizione esposta su cime isolate è che p. es. a San Felice in inverno, a causa della carenza dì stufe e di porte e finestre che chiudono male, a volte l’acqua gela nelle case e questo nel caldo mezzogiorno! Siccome dunque le località abitate si trovano di solito su alture, le strade per mezzo delle quali sono collegate devono allora venir costruite in modo che da una parte salgano per raggiungere una località e dall’altra invece scendano, e ciò si ripete per ogni nuova località. Questo fatto e la già discussa formazione del terreno fanno sì che per il tragitto Termoli - Acquaviva, lungo 40 km, sono necessarie ca. 5 ore di viaggio in carrozza, perché l’impresario della Reale Diligenza postale che va da Termoli a Palata fornisce cavalli tutt’altro che focosi per le carrozze che si possono avere solo da lui. Il viaggio stesso è interessante in particolare anche da un punto di vista etnografico, perché si incontrano già i diversi elementi di cui è composta la popolazione di questa parte del Molise. Per prima cosa si raggiunge la ex colonia ormai del tutto italianizzata di San Giacomo degli Schiavoni, dove in tempi recenti si è formata anche una comunità protestante abbastanza numerosa. Segue poi la località sin dall’origine italiana di Guglionesi, dopodiché si arriva al puramente albanese Montecilfone, per raggiungere infine, lasciando un pò da parte l’ugualmente italianizzata Palata, l’ancora serbocroata Acquaviva Collecroce. La posizione di Acquaviva è, come già detto, condizionata da quella della sorgente d’acqua di cui la popolazione locale è così orgogliosa e per la quale viene invidiata tanto da tutte le località limitrofe. Dunque il posto non sta su un rilievo ma su un versante che declina molto ripidamente in direzione nord - occidentale nella valle di sotto. Con le sue case interamente di pietra e anche con i suoi viottoli piuttosto stretti e lastricati in modo primitivo, coperti a volte qua e là dalle case, Acquaviva dà decisamente l’impressione di una piccola città, sebbene il posto non possegga altrimenti nessun servizio urbano nessun’illuminazione, non un acquedotto, né canalizzazione e nessun servizio di nettezza urbana. Dell’illuminazione se ne occupano il sole del sud e la chiara luna, in caso di notti senza luna anche un solo lampione che viene acceso nella piazza principale. Altrimenti, se si è costretti a circolare nei viottoli la sera tardi, bisogna prendere in mano da sé una lanterna. Ognuno deve andare a prendere da solo l’acqua dalla sorgente e altrettanto deve occuparsi di portare via i rifiuti casalinghi ecc. dalle case prive di gabinetti. Della pulizia stradale si occupa infine la pioggia, che ha fatto buona prova di spazzino pubblico nei vicoli, tutti molto ripidi, sostenuta anche da numerosi animali domestici (galline, maiali, pecore ecc.), che scorrazzano nei viottoli e annientano tutti i tipi di rifiuti gettati in strada dalle finestre. Il centro della località è formato dalla Piazza Italo-slava, la piazza principale, così chiamata su proposta del prof. Kovačić sulla quale si trovano nella parte occidentale la maestosa chiesa con quella che fu un tempo la Commenda del l’Ordine maltese (adiacente alla parte meridionale), a sud il nuovo municipio e a nord alcune case abbastanza belle, mentre si estende dalla piazza verso oriente la Via Calvario, per la quale si accede al luogo. Va notato che la chiesa si ri volge alla piazza non con la sua parte anteriore ma con la sua parte posteriore. Ciò si spiega con il fatto che la parte più vecchia del villaggio detta Borgo fu costruita sul declivio più esterno sulla vallata profonda, ragione per cui poi la chiesa, costruita un po’ più in alto, fu girata verso il Borgo con la sua facciata. Ma poiché Acquaviva si sviluppò a poco a poco, ciò poté avvenire solo dietro la chiesa in direzione sudest, cosicché sia la piazza principale sia la parte più grande e più nuova della località si vennero a trovare dietro la chiesa. Essendoci tali condizioni ad Acquaviva, in fondo il comune più grande e relativamente più agiato e il più progredito tra le nostre colonie, si può facilmente immaginare come stanno le cose a San Felice Slavo e addirittura a Montemitro. Dopo aver subito la tortura di tre ore piene nel percorso di vie impossibili per raggiungere San Felice Slavo, situato in linea d’aria a ca. 5 km da Acquaviva in direzione nordovest, e quando si crede di essere alla fine di questo spostamento difficoltoso, si ha ancora il diritto alla piacevole sorpresa che i vicoli del luogo stesso sono in condizioni ancora peggiori delle cosiddette vie che conducono ad esso! Già ad Acquaviva alcune delle più vecchie case si trovano in cattive condizioni, ma a San Felice questo capita ancora più spesso. La negligenza e la trascuratezza della popolazione a tal riguardo sono particolarmente caratterizzate dallo stato miserabile in cui si trovano la residenza del feudatario di un tempo, abitata da una delle migliori famiglie del luogo, e la vecchia chiesa. Quest’ultima - situata un po’ fuori della località e consacrata al patrono San Felice - offre, soprattutto al suo interno, un quadro così deplorevole che chiunque venga da zone meno trascurate è costretto decisamente a credere che essa non venga più usata come chiesa. Ma ciò non è vero, perché il giorno di San Felice (il 30 maggio) e tutti i venerdì del mese di maggio vi si legge ancora la Messa. Questa chiesa è però interessante perché porta sopra il portale un’iscrizione di quattro righe in caratteri ebraici. Purtroppo, durante il mio soggiorno potei fare solo una debole fotografia dell’iscrizione, poiché la ripresa poté essere realizzata solo sotto la pioggia e da una scala sostenuta da persone ma altrimenti liberamente sospesa nell’aria. Ciononostante il consigliere di corte prof. D. H. Müller, a cui rivolgo anche qui i miei più ossequiosi ringraziamenti, è riuscito a leggere le seguenti quattro righe della fotografia, di cui però la prima è molto incerta: .כרא אנה משנה יהוה אוטו אךחוש Egli trascrive e traduce con ogni riserva come segue: “Brâ anâ mišneh Jahweh – αυτου αρχος = (sono) il figlio, l’emissario di Geova, il suo primo (figlio)”. Si tratta dunque dell’interessante fatto di un’iscrizione cristiana aramaico-ebraico-greca. Montemitro è un paesucolo abbandonato da Dio che si innalza su una ripida collina circa 350 m sopra il fiume Trigno, che segna qui il confine tra la provincia di Campobasso (Molise) e la provincia di Chieti (Abruzzi). Benché sia lontano solo 6 km circa in linea d’aria da San Felice Slavo in direzione ovest, non si può raggiungere Montemitro da quest’ultimo luogo in meno di quattro ore, perché lungo la miserabile via si può procedere solo a passo d’uomo, cosicché, siccome in nessuno dei due luoghi c’è la possibilità di pernottare, la maggior parte dei visitatori di queste colonie devono rinunciare a visitare proprio quella tra di loro che ha conservato più fedelmente il carattere slavo e la lingua slava, avendo anche il processo di italianizzazione fatto qui naturalmente i minori progressi a causa dell’isolamento del luogo. In queste tre località vivono dunque gli ultimi coloni serbocroati. Ognuna di esse costituisce ora un comune politico indipendente. Fino al 1901 però Montemitro faceva parte di San Felice Slavo, da cui fu separato solo in quest’anno. Ogni località costituisce anche una parrocchia indipendente (il parroco di Acquaviva ha il titolo di arciprete) e tutte e tre insieme appartengono al vescovado di Termoli e non come si è affermato a quello di Larino. Acquaviva appartiene al mandamento (con un pretore a capo) di Palata, mentre le altre due colonie appartengono a quello di Montefalcone nel Sannio. La seconda istanza è rappresentata per esse dal tribunale di Larino e la terza dalla Corte di appello di Napoli. Dal punto di vista politico-amministrativo, appartengono al circondario di Larino e alla provincia di Campobasso, e in quest’ultima città si riunisce anche il consiglio provinciale, in cui sono rappresentate da un deputato anche le nostre colonie, insieme a 17 altri comuni. I nostri coloni sono principalmente contadini, in parte piccoli proprietari terrieri e in parte invece affittuari. A questi si aggiungono ancora, quasi esclusivamente ad Acquaviva, alcuni artigiani e commercianti e poi i pochi proprietari terrieri che rappresentano la classe delle persone istruite e che vengono chiamati dal popolino galantuomini. Nella stagione del lavoro nei campi perciò gli uomini, e spesso anche le donne, vanno fuori la mattina presto nei campi, da cui tornano a casa la sera. Le famiglie più agiate, il cui terreno si trova un pò più lontano dal paese, posseggono sui loro campi una masseria, dove un fattore abita permanentemente o un membro della famiglia durante il periodo della raccolta e della vendemmia. Oltre all’allevamento del bestiame si coltivano soprattutto cereali, e cioè principalmente grano e granturco, e in secondo luogo anche olivi e viti. Si trova anche della bella frutta, in particolare nella zona di San Felice, che è famosa anche per i suoi squisiti tartufi e siccome la zona, in condizioni normali, produce di più di quanto la popolazione parsimoniosa necessiti per se stessa, (2) ha luogo anche l’esportazione di questi prodotti e soprattutto del grano. In tempi più remoti questa importazione passava prevalentemente per Termoli, la stazione di partenza per il commercio delle nostre colonie, con battelli a vela verso la Dalmazia, mentre da quest’ultimo territorio venivano importati legno da costruzione, cavalli e pesce in salamoia. Ma da quando il commercio marino fu conquistato dalle navi a vapore che non potevano attraccare nel porto aperto e primitivo di Termoli, quest’ultima città ha perduto qualsiasi importanza come porto per le nostre colonie e il piccolo commercio di esportazione e importazione che esse praticano parte sì ancora da Termoli ma solo per ferrovia. Notai quanto ci sarebbe però ancora da fare nell’interesse dei nostri coloni durante la mia visita di San Felice: a terra sotto gli alberi da frutto si trovava della frutta splendida in grandi quantità e... marciva! Uomini e animali non potevano mangiarla tutta e non si trovava nessuno che volesse comprare la frutta a prezzi stracciati, per spedirla all’estero a caro prezzo! Ciononostante i nostri coloni, visto che sono lavoratori assidui e buoni amministratori, non vanno visti in generale come poveri per esempio io non ho visto nessun mendicante tra loro! In tempi più recenti i numerosi coloni emigrati in America portano, o spediscono, a casa molti soldi per ritornare in patria normalmente dopo qualche tempo. Così alla posta di Acquaviva c’è quasi un mezzo milione di Lire versato in America da questi emigrati a favore dei loro famigliari.

 


(1) Così ebbe origine nella lingua dei nostri coloni la locuzione proć vodu per ‘sporgere denuncia’, perché per poter portare una denuncia al tribunale di Larino era necessario “passare l’acqua” e cioè il Biferno.

 


(2) Per esempio si ricordi che ad Acquaviva, benché ci siano più di duemila abitanti con un numero abbastanza grande di famiglie relativamente agiate e istruite, non si mangia mai carne di manzo. Durante il mio soggiorno sul luogo è stato possibile un’unica volta, quando infatti un povero vitello si ruppe una zampa e perciò dovette venir macellato. Quindi chi non vuole rinunciare alla carne deve accontentarsi di polli e del pesce portato da Vasto un paio di volte alla settimana.

 

Testi tratti dalla traduzione di: Copyright © Walter Breu e Monica Gardenghi - Campobasso 1997.

   

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