La marcia in più dei portatori della trisomia 21

Davvero hanno una marcia in più i portatori della trisomia 21. Conosciuta meglio come mongolismo o sindrome di Down, la malattia genetica, scoperta da Jérôme Lejeune nel 1958, consiste nel possedere un cromosoma il 21, appunto, in più rispetto agli altri per un totale di 24 invece di 23 per cellula.

Una volta si segregavano i portatori di questa condizione che veniva considerata una vergogna. Si sono fatti passi da gigante nel recuperare il senso della dignità personale rispetto all’efficienza e all’integrità fisica. Giustamente si dà spazio alla priorità assoluta ed ineludibile del primato della persona umana. Anzi, perché ferità, perché più difficile, fragile, dovrebbe essere collocata al centro e non emarginata e destinata all’esclusione, alla marginalità, alla periferia degli affetti, degli interessi e delle relazioni.

Oggi, purtroppo, soprattutto in fase di analisi prenatali, addirittura, questa malattia o altre più o meno invasive, determinano, attraverso una scelta scellerata, la decisione della soppressione dell’esclusione. Si afferma che vite così non sono degne di nascere, di vivere, e si considerano “merce” di scarto. Accade una mal celata selezione tra le vite umane, una sorta di eugenismo, elegante e giustificato da un falso pietismo che porta a dire: “ma se deve vivere male perché farlo nascere?” E si assiste così, talvolta distratti ed impassibili, allo scarto delle figure deboli per una società efficientista.

La vicenda di Paola Giorgetta, ieri rientrata nel suo paese di origine e accolta da una grande festa, segno dell’orgoglio di avere una concittadina così caparbiamente attaccata alla vita, dimostra il contrario di quando talvolta, troppo sbrigativamente, accade nei confronti di ragazzi down. La ventitreenne di Montemitro, affetta dalla trisomia 21, è appena ritornata da Los Angeles dove ha partecipato alla Special Olympics World Games. Vincitrice di una medaglia di bronzo nella specialità dei 50 metri di stile libero nel nuoto, è salita anche sul podio più alto con la medaglia d’oro nei 25 dorso. Lei, come tutti gli altri suoi colleghi che hanno rappresentato l’Italia e tutti gli altri rappresentanti di tutto il mondo ci hanno sorpresi e battuti con la tenacia, la competitività, l’entusiasmo e la semplicità con cui hanno partecipato, gareggiato e faticato. Al di là del successo sportivo è la sinfonia umana che ha trionfato in essi rendendoli protagonisti.

Sono ragazzi affabili, ci insegnano l’arte delle relazioni senza filtri, selezioni, preferenze o barriere. Amici di tutti e amici con tutti. Immediati, simpatici, sorridenti, tanto accoglienti quanto fragili ma sempre protesi ad incontrare senza esclusioni tutti coloro che incontrano. Maestri di vita relazionale pur se feriti nella lucidità della mente. Cuore aperto e braccia tese è il simbolo della loro fame di relazione. In un mondo chiuso, sospettoso, individualista, selettivo, emarginante, cosa c’è di più bello da imparare? E chi ce lo insegna? Ragazzi come Paola. I volti sono quasi tutti uguali, segnati da quei magnifici occhi a mandorla, ma in ognuno di essi abita una persona sensibile, una immensa dignità e un’inesplorata ricchezza che noi “sani” o “normodotati” dobbiamo facilitare a rendere visibile.

Grazie Paola! Non possiedi, come i tuoi amici, solo un cromosoma in più, per nostra fortuna, avete una marcia in più, quella che accende i motori dell’esistenza facendole vivere una corsa infinita: la gioia della vita. Questa è la medaglia più bella che voi ci insegnate a mettere al collo ogni volta che, imparando da voi, sappiamo essere capaci di relazioni sane, gratuite, libere. Ogni volta che superando gli inevitabili ostacoli che la vita ci propone ci impegniamo a passare dall’altra parte come voi tutti che, nonostante le difficoltà da cui siete rallentati ci avete insegnato a lottare e vincere. Perché avete una marcia in più.

Paola Giorgetta  - Supporto video Rai3 Regione Molise

Testo a cura di: Don Benito Giorgetta