ANTE UJEVIĆ

 

 

 

KADA I ODAKLE SU ODSELILI

MOLIZANSKI HRVATI

 

 

QUANDO E DA DOVE EMIGRAVANO

I CROATI DEL MOLISE

 

 

Pretiskano iz Glasnika molizanskih Hrvata

 

 

“Naš jezik” br. 10 - 12

 

 

Estratto dal Periodico dei paesi croati (slavi) del Molise

 

 

“La nostra lingua” n. 10 - 12

 

 

Roma 1969

 

 

BOŽIDAR VIDOVIĆ

Via Filippo Corridoni. 17 - 00046 Grottaferrata - Italia

 

 

La fase più funesta nella storia dei nostri popoli e di gran parte dell'Europa, è costituita dal passaggio dei Turchi dall'Asia nella penisola balcanica. Sotto il loro impeto cadono l'uno dopo l'altro gli Stati balcanici. Dopo la caduta della Serbia i Turchi avanzano a grandi passi verso il vicino regno della Bosnia e penetrano in tutte le nostre terre fino al mare. La Serbia è ridotta a despotato, alle dipendenze dei Turchi, e verso la metà del 15° secolo un forte pericolo di conquista turca sovrasta anche lo Stato bosniaco. Nel 1463 cade sotto i colpi turchi la Bosnia, e nel 1482 l'Erzegovina. E' la volta della Croazia e infatti subito dopo cominciano anche i combattimenti nel territorio croato. E queste dure lotte si protrarranno per alcuni secoli. Dal loro inizio nel 1493 si giunge fino alla tremenda tragedia croata del campo di Korbavia. Con questo avvenimento comincia « il primo sfacelo del regno croato ». In questa battaglia i Turchi uccisero e fecero prigionieri circa 13.000 eroi croati. Fu fatto prigioniero anche il bano Derenčin e suo figlio al quale i Turchi, davanti agli occhi del padre tagliarono la testa. I Turchi, per costringere il bano a diventare turco, ogni giorno gli mettevano sul tavolo insieme al cibo la testa del figlio. Il bano fu talmente torturato spiritualmente che presto morì in prigione. Con questa disfatta si aprirono ai Turchi le porte della Croazia. Le invasioni si contano ininterrottamente, ma i Croati, sebbene fortemente dissanguati, non si arrendono, anzi lottano come leoni per ogni centimetro di zolla natia: se vessillo turco sventolò a Budapest e a Vienna, ma mai a Zagabria. I Turchi, in vero, strappavano pezzo per pezzo il territorio croato e ridussero la Croazia alla « reliquia delle reliquie del glorioso regno croato d'un tempo ».

Nonostante tutto ciò, questa piccola Croazia rimasta, costituì una barriera insormontabile per i Turchi sulla via dell'Europa occidentale. Queste eroiche gesta, di cui se ne incontrano poche di simili nella storia, valsero agli eroici Croati il soprannome di « bastioni del Cristianesimo ». Ma essi caramente lo pagavano, pagarono con il tesoro più prezioso: le vite dei propri figli, dei quali più della metà perirono sui campi di battaglia, molti furono venduti come schiavi sui diversi mercati d'Europa e d'Asia, o emigrarono abbandonando per sempre la propria terra natia. Perciò, al rimprovero degli Occidentali di essere dei barbari, rispose indignato il nostro poeta Mažuranić con i versi:

 

« Né dunque vi chiamerebbero barbari, che morimmo, mentre essi dormivano! »

 

Le lotte dei Turchi s'intensificarono specialmente dopo il consolidamento del loro potere nella penisola balcanica e la sottomissione degli Stati balcanici al loro potere.

Ciò suscitò un forte timore nel nostro popolo. Grida di aiuto e preghiere furono involte all'Occidente, a diversi regnanti e al Papa, ma senza successo. Essi erano impegnati nelle loro reciproche controversie e affari, e tutto l'aiuto che offrirono fu principalmente incoraggiamento e promesse. Così il nostro popolo fu abbandonato a se stesso e alla propria difesa. Esso dovette raccapezzarsi e prendere da solo le decisioni sulla sua sorte in momenti così difficili e decisivi. Se questa fu cosa dura e tremenda, si può giudicare anche dalla prospettiva attuale. Combattere e perire fino allo sterminio, fu l'alternativa più frequente. Gli uomini compresero più volte anche l'assurdità di un tale passo. Ma allora? Cos'altro scegliere? Dopo i paurosi racconti della vita sotto ai Turchi, non ci fu riconciliazione con la vita in tali condizioni. In quei difficili momenti, spesso, bisognò sottostare anche al peggio: abbandonare il paese natio, la terra degli avi, cosa sacra sopra tutte le cose sacre per ogni popolo, alla quale sono legati i ricordi cari e da cui è difficile separarsi. Il cuore sembrò spezzarsi, ma la contingenza delle cose vinse e se ne andò nell'incertezza. Nel nostro paese di tali migrazioni ce ne furono più d'una. Esse cominciarono dal 15° secolo e si mossero in diverse direzioni. Si diressero verso l'interno verso il mare. Quelle verso l'interno furono più massicce e compatte, tanto che anche oggi rappresentano il gruppo più grande. Cioè i gruppi dei Croati in Austria, Ungheria, Romania, Slovacchia, confinanti con le regioni settentrionali del nostro Stato. La loro sorte fu meno tragica, perché la loro compattezza li rese più sicuri.

Se il nostro popolo giunse a rivivere i giorni. più cruenti del passato a contatto di frontiere nemiche come la Turchia e la Croazia, la Turchia e Venezia Là imperversarono lotte incessanti e combattimenti di francotiratori, lì operarono gli uscocchi e gli aiduchi. A quelle regioni possiamo adeguatamente applicare questi versi:

 

« Con il sangue il pranzo, e con sangue la cena, ognuno mastica bocconi insanguinati,

né c'è riposo mai durante il bianco giorno »

 

La popolazione croata emigrata  dalla propria Patria, era soprattutto dell'Erzegovina occidentale e dell'odierna Dalmazia, ma principalmente si suppone dei paesi dalmati di Imotski, Makarska, Neretva, (Narenta) e Sinj. Su questo si è scritto e si sono fatte molte, congetture, si sono avute delle smentite e delle conferme, ma alcuni fatti sono rimasti ad avvallare questa asserzione. I Bunjevzi provengono, secondo quando il loro stesso nome conferma, dalla parte croata dell'Erzegovina; dalla sorgente della Buna, sebbene alcuni giustifichino il loro nome per l'appartenenza alla fede cattolica. Da qui essi fuggirono dai Turchi e andavano nelle zone vicine all'odierna Dalmazia, dove con la popolazione indigena, scapparono ancora più lontano verso il nord, al confine della Vojvodina, presso Subotiza.

Anche sui Croati molisani s'è scritto abbastanza., ma a tutt'oggi, ancora non è stata detta l'ultima parola. Però, una verità,, è incontestabile: anch'essi sono originari di questa regione, cioè della zona fra Imotski e Makarska.

Dall'Erzegovina occidentale già nel corso del 15° secolo, ed oltre, ci furono frequenti migrazioni, a causa dei crimini turchi, verso Imotski e di là verso Makarska e le isole vicine, da dove si spinsero più lontano oltre l'Adriatico, nella vicina Italia. Queste migrazioni furono registrate più volte nella storia.

Ma a noi, adesso, interessa solo una, quella che è andata in direzione del litorale delle isole ed ha proseguito oltre l'Adriatico in Italia. Questa migrazione indiscutibilmente, ci fu proprio nei momenti più difficili delle prime e potenti aggressioni. turche che furono inevitabili e secondo il detto popolare: « 0 inchinarsi, o tirarsi da parte », il nostro popolo, optò per questa seconda soluzione, poiché altrimenti la sorte comune era: schiavitù o rinunzia alla fede, ma per la nostra gente tale condizione era inaccettabile. Questo stato di cose durava da lungo tempo, finché una parte tagliente non cominciò a smussare le invasioni turche dopo le gloriose vittorie croate presso Sisak nel 1593. Da allora non ci furono più migrazioni degne di nota oltre il confine del territorio nazionale croato, perché il potere turco e la sua influenza si indebolirono a causa di questo evento. I Turchi passarono a poco a poco dall'offensiva alla difensiva. Ciò vuol dire che l'esodo in Italia dei profughi croati ebbe inizio dalla fine del 15° secolo al 16° in un intervallo di un centinaio d'anni.

Comincerò da qui a dimostrare quando i nostri, fratelli si trasferirono in Italia, Molise, e da dove, e da quale nostra regione.

Fra il re ungherese-croato Mattia Corvino, il duca Vlatko Vukčić e i Ragusei si giungeva molto frequentemente a dei dissensi a causa dei debiti fatti per sopperire al mantenimento dell'esercito che il re teneva per la difesa del confine dai Turchi sulla Narenta. Tutto ciò tornò a favore dei turchi che, ogni anno di seguito dal 1468 al 1493, assalirono e saccheggiarono le nostre regioni debolmente difese che conquistarono l'una dopo l'altra. Gli attacchi dei Turchi si susseguirono fino al culmine verso la fine del 15° secolo. Allora, gran parte del nostro popolo si trasferì nei paesi sul mare, del litorale di Makarska, e lì cercò rifugio dai Turchi. Nel 1490 fuggì con il popolo a Makarska anche il vescovo di Delminio, (Delminio, città di Tomislav, località della Bosnia in prossimità della quale, sul campo di Delminio, fu incoronato nel 925 il primo re croato Tomislav). Nel 1493 cadde in mano turca Imotski. Venti anni dopo, 1513, i Turchi occuparono pure Vir, ultimo posto tra la zona bosniaco-erzegovese e il mare. Solamente il fortino di Zadvarje oppose resistenza ancora per poco tempo, ostacolando ai Turchi le indisturbate irruzioni verso Omiš e Makarska.

Il vescovo che era fuggito fu sistemato facilmente, ma per la moltitudine era difficile trovare alloggio e nutrimento, tanto più che non c'era la speranza del ritorno. La forza turca era all'apice della potenza. Bisognò prendere una tremenda, rapida e difficile decisione, abbandonare la terra natia senza più nessuna speranza di tornarci. Questo compresero i profughi che erano giunti da parti diverse della vasta diocesi di Makarska, (Makarska-Imotski Vrgorac-Narenta), e si erano rifugiati provvisoriamente nei dintorni di Makarska, in una stretta striscia di terreno scosceso, fra Biokovo e il mare, su una zona con scarsa vegetazione e con una forte bora che impediva uno svelto passaggio per mare anche agli abitanti di Makarska. Essi sapevano bene che presto anche a loro aspettava lo stesso destino.

Su momenti così decisivi nacque l'amara soluzione di abbandonare il paese natio e trasferirsi sulle isole o meglio nelle più sicure e riparate regioni, al di là del mare.

E così si giunge all'inizio del 16° secolo all'esodo di una parte della nostra popolazione oltre il confine del vescovado di Makarska, del territorio di Biokovo e della Narenta, in Italia.

Furono giorni tremendi. I vescovi abbandonarono le loro diocesi, i curati le loro parrocchie, e il popolo i propri villaggi e case e si mossero frettolosamente verso l'ignoto. Nessuno pensò a un libro o a delle memorie a nessuno venne il desiderio di lasciare qualcosa in ricordo, e nessuno, purtroppo, ha lasciato neanche una parola su questa migrazione. Noi concludiamo su di essa in base alle scarse notizie di quel tempo, ma due cose sicure e certe non si devono dimenticare: la migrazione avvenne all'inizio del 16°secolo e i profughi erano parte del popolo croato del territorio di Biokovo e della Narenta: Makarska, Imotski, Vrgorac, Narenta.

A favore di questa teoria si potrebbe aggiungere ancora dell'altro, come già hanno fatto molti nostri scrittori. lo ricorderò soltanto qualcosa in proposito.

Che l'esodo avvenne all'inizio del 16° secolo ce lo prova inconfutabilmente l'iscrizione di pietra sulla chiesa di Palata, sulla riva occidentale dell'Adriatico, sulla linea Termoli-Campobasso-Benevento, che dice: « Hoc primum dalmatiae gentis incoluere castrum ac fundamentis erexere templum anno 1531 ». I Dalmati per primi abitarono questo posto ed eressero la Chiesa dalle fondamenta nell'anno 1531.

Benché sull'iscrizione sia citato l'anno 1531, esso senza dubbio si riferisce all'emigrazione dell'inizio del secolo, o ancor prima, perché dalla venuta del nostro popolo nella nuova terra, alla costruzione della Chiesa, dovettero passare sicuramente alcuni decenni. Oltre all'anno della Chiesa, Rešetar stabilisce il periodo della migrazione anche da una moneta che aveva effigiata in quel periodo l'immagine dell'ermellino, e gli immigrati di quel luogo l'avevano denominato « puh », ghiro, dal nome portato dalla vecchia Patria. Questa moneta è caduta da tempo in disuso, ma la gente per essa ha conservato a lungo il termine « puh ».

Nella lingua degli immigrati non ci sono parole turche, ciò costituisce la prova migliore che essi stettero poco, o per niente, a contatto con i Turchi, e questo di nuovo torna a vantaggio dell'emigrazione all'inizio del 16° secolo.

E l'archivio vescovile di Termoli conferma che i Croati giunsero a S. Felice nel 1518, ed anche altri manoscritti ribadiscono la stessa cosa o similmente. Oltre alle affermazioni sopra citate per il posto di origine, esistono anche molte altre prove.

La lingua dei nostri immigrati è puro ikavo, che è anche oggi la lingua dominante della vecchia regione, malgrado l'influenza centenaria dell'idioma letterario jekavo la popolazione, mutata per buona parte, ed in seguito immigrata. Le forme dei participi attivi sono senza la o finale, come pure oggi presso la popolazione dell'antica regione: reka, al posto di rekao, dá per dao, ecc. L'infinito è spesso senza la i finale: doć, per doći, poć, per poći, moć per moći. I nomi degli alberi « dub », per la quercia, il fico, la vite, l'olivo e dei cognomi che molto spesso incontreremo nella vecchia regione: Peko, Tomić, Radat, Jurić, Brkić, ecc. I nomi corrispondono spesso con quelli dell'antico paese, specialmente fino a prima della nuova epoca. Sono: Ivan, Josip, Ante, Blaž, Mihovil. Recentemente ho controllato i registri di nascita di una parrocchia del paese dal 18° secolo e vi ho trovato circa il 90 per cento di tali nomi.

La provenienza dalla vecchia terra traspare anche dalle usanze popolari: il ceppo di Natale, le preghiere accanto al focolare, la tradizione, il modo di vestire, i tipi ecc. I metodi scientifici moderni mediante l'analisi delle strutture folcloristiche ci daranno sicuramente la conferma di questa asserzione che non è soltanto una supposizione. Perciò si dovrebbe studiare a fondo questo folklore quand'anche allo stato rudimentale. A questo proposito vengono. in mente anche altre esigenze di indagini come lo studio dei toponimi locali, dei nomi dei rilievi montuosi e idrografici per confrontarli con quelli della vecchia Patria.

Alcuni nostri scrittori fanno affidamento sulla designazione del vecchio paese d'origine dei nostri profughi, soltanto sull'augusto litorale di Makarska, cosa completamente sbagliata. La densità di popolazione in quell'epoca era poca e, solo lo stretto litorale vicino a Makarska, non poté neanche approssimativamente mandare a colonizzare le isole vicine ed essere preparato. per un'emigrazione così numerosa come quella di quel tempo. Quella fascia di litorale è stata la più certa, ma essa non ha potuto ricevere i fuggiaschi, i rifugiati, molti dovettero andare più lontano. Potrebbe essere solo il territorio di Biokovo-Narenta, ex-diocesi di Makarska, e poi perfino alcune parti dell'odierna Erzegovina occidentale.

Ogni altra congettura è insussistente e verrà in conflitto con l'evidenza dei fatti che io qui ho solamente menzionato, ma su cui si potrebbe e occorrerebbe discutere ancora.

Ante Ujević

Letteratura:

Milan Rešetar, Colonie slave in Italia, Ristampato da « Srdja ».

Josip Smodlaka, Visita ai Croati degli Appennini, Zara, 1906.

A. M., Qualcosa sui Croati degli Appennini,

« Napredak » (Progresso), Sarajevo VI/1931, 3-4 pagine 38-39.

 

Traduzione a cura di Milena Lalli.

   

Stampa questa pagina