Aldo Simonetti

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BARI ALDO MORO

 

FACOLTÀ DI LINGUE E LETTERATURE STRANIERE
Corso di Laurea quadriennale in Lingue e Letterature Straniere (Vecchio Ordinamento)

Tesi di laurea In Lingua e Letteratura Serbocroata


Relatore: Chiar.ma Prof.ssa Barbara LOMAGISTRO Laureando: Cataldo SIMONETTI Matricola: 420917

ANNO ACCADEMICO 2009/2010

 

"Il dialetto slavo del Molise"

CAPITOLO III - IL DIALETTO (Aspetti culturali)

3.1 L'IMPIEGO DELLA LINGUA

Nell'enclave molisana il serbocroato è regolarmente utilizzato nei rapporti familiari e nelle relazioni interpersonali, mentre la comunicazione ufficiale e quella con individui non appartenenti alla comunità avviene esclusivamente in italiano. Tuttavia, passeggiando per le vie dei paesi, è possibile scorgere alcune scritte bilingui. A Montemitro, ad esempio, sul lato di una strada compare una serie di segnali d'indicazione che recita in questo modo:

Centro storico-Stari grad”

“Chiesa S. Lucia- Sv. Luca Crikva”

“Municipio-Općina”

“Farmacia-Ljekarna”

Non mancano, inoltre, dei cartelli apposti all'entrata di alcuni esercizi commerciali come quello relativo a una macelleria di Acquaviva Collecroce, dinnanzi alla quale campeggia la scritta“Mesniz”. Nelle celebrazioni liturgiche è impiegato l'italiano. A causa della mancanza di sacerdoti autoctoni e delle difficoltà di tradurre in un linguaggio semplice testi religiosi dalla terminologia complessa, nelle funzioni non è stato possibile fare uso del “na-našu” (come viene chiamato dagli abitanti del posto il proprio dialetto)1. Questo, a differenza di quanto avviene in un'altra piccola comunità slava, quella slovena del Friuli, dove l'idioma locale viene normalmente usato durante la messa2.

3.2 L'AREA SLAVOFONA DEL MOLISE

All'interno del territorio molisano, il dialetto slavo viene parlato nei comuni di Montemitro, Acquaviva Collecroce e San Felice del Molise, siti nella parte nord-occidentale della provincia di Campobasso. Va comunque detto che questo non è usato dalla totalità dei residenti e che ciascuna località lo conserva e trasmette in misura differente. Entrando nello specifico, a Montemitro, il più piccolo dei tre centri con i suoi 560 abitanti ma il più conservatore in fatto di identità linguistica, è il 60-70% della popolazione a fare un uso corrente dell'antico idioma dei coloni3.

La restante parte, di cui fanno parte soprattutto le giovani generazioni, riesce a capirlo e, in alcuni casi, a parlarlo pur non avendone una grande padronanza. Situazione analoga in termini di percentuale è quella di Acquaviva (circa 800 abitanti), dove la tradizione linguistica riesce ancora a sopravvivere. A San Felice, invece, appena il 10% della popolazione complessiva (di poco più numerosa di quella di Acquaviva) adopera lo štokavo nella comunicazione quotidiana. In questo caso, i pochi parlanti sono quasi esclusivamente anziani, mentre ad adulti e giovani, che utilizzano il molisano, la lingua slava risulta ormai del tutto incomprensibile.

La bassa percentuale è da ricondurre con ogni probabilità alla migrazione di numerose famiglie provenienti da Casoli e Fossalto, avvenuta sul finire degli anni Venti, che ha accelerato il processo di italianizzazione del paese4. In altre località della regione, già un tempo colonie slave, il serbocroato è praticamente scomparso. A Mafalda, già sul finire del Settecento morirono i suoi ultimi superstiti, e stessa sorte sarebbe capitata nella seconda metà del secolo successivo a Tavenna. In questo caso, però, va osservato che nel dialetto locale, ovviamente molisano, compaiono ancora sporadici lessemi di origine slava. Es.: “baca” (“fratello maggiore”)5.

3.2.1 DEMOGRAFIA

Sulla scorta dei dati appena esposti è possibile effettuare una stima, seppur approssimativa, dell'attuale numero di slavofoni presenti nel Molise. Questo si aggira grosso modo attorno alle mille unità, senza però tener conto della popolazione emigrata. La cifra, però, risulta essere di gran luna inferiore a quella del 1954, allorquando i parlanti serbocroato erano circa 40006. Il divario cresce ulteriormente se confrontiamo l'attuale stima con quella riportata da Graziadio Ascoli che, a metà Ottocento, riferiva di 5000 individui di lingua štokava all'interno di una comunità di 20000 molisani di origine slava7.

Si può dunque osservare la forte tendenza a una riduzione negli ultimi 150 anni, con una brusca impennata nella seconda metà del Novecento e individuarne le cause non è difficile. Anzitutto, i tre comuni sono stati interessati dalla problematica della disoccupazione nel Mezzogiorno, qui accentuata dalla mancanza di una qualche attività produttiva.

Pertanto, molte persone hanno preferito abbandonare le proprie case ed emigrare altrove per accaparrarsi un posto di lavoro (prevalentemente Italia settentrionale, Germania, Australia e Stati Uniti)8. Un altro fattore da considerare è la scarsa natalità9, poiché molte giovani famiglie vanno via comportando altresì un elevato innalzamento dell'età media della popolazione. Determinante è anche l'opera esercitata dai media come televisione, radio e, negli ultimi tempi, internet, i quali stanno attuando un veloce processo di italianizzazione e assorbimento culturale.

3.3 UN DIALETTO LONGEVO

Le ragioni che spiegano come questa lingua slava sia sopravvissuta fino ai nostri giorni risiedono essenzialmente nel fatto che i comuni dell'enclave sono stati, almeno fino a qualche decennio fa, lontani dalle grandi vie di comunicazione. Ne dà testimonianza Rešetar nel suo libro: “Prima del 1880 era molto difficile aprirsi una nuova via fino alle colonie serbocroate; semplicemente perché non c'erano strade.”10 Del resto, lo studioso racconta delle esperienze a dir poco emozionanti provate qualche tempo prima da alcuni viaggiatori: sentieri impervi, strade ammantate di pietre e percorse a dorso di mulo, così come altri tipi di disagi rendevano problematico il cammino per raggiungere queste sperdute località.

Anche il Rolando, nel 1875, ne riferisce qualcosa: “...vi mancano del tutto strade carrozzabili, e quelle che si hanno per cavalcature non sono che sentieri o brutte straducole ingombre di sassi… Quando partii da Acquaviva per ritornare a Termoli, a cagione del tempo minaccioso fattosi poi piovoso durante un viaggio di nove ore..”11. E' dunque scontato che, a causa dell'inefficienza del sistema stradale di allora, il dialetto si è ben conservato. Ma un'altra motivazione da addurre è senza dubbio l'attaccamento della comunità alle proprie radici culturali, il quale ha permesso che, anche con il miglioramento delle vie di comunicazione e la precoce diffusione dei media, questo prezioso patrimonio potesse resistere fino ad oggi.

3.4 UNA LINGUA IN VIA DI ESTINZIONE?

All'inizio del Novecento Rešetar, dopo aver visitato le colonie, profetizzò che il loro dialetto sarebbe scomparso nel giro di una sola generazione. Gettando uno sguardo a quella che è l'attuale situazione, è evidente che lo studioso aveva azzardato un pronostico che non si è avverato. Qualche sentore, del resto, l'aveva avuto anche il Rolando ben 130 anni fa12. E' altrettanto vero, però, (e i dati ne danno conferma) che le prospettive riguardanti il futuro sono tutt'altro che rosee. Pochi infatti sono gli interventi promossi a favore del mantenimento di detta varietà linguistica.

A San Felice questa tradizione è ormai sulla via del tramonto e tra qualche anno, con la scomparsa degli ultimi suoi rappresentanti (adesso tutti di età avanzata), non ne resterà che un ricordo. Nulla, infatti, è stato fatto per salvaguardarne l'esistenza e le conseguenze sono dunque ben evidenti. A Montemitro13 e Acquaviva, dove l'idioma slavo continua a vivere, frequenti sono le iniziative mirate al suo sostegno, come la pubblicazione di riviste e testi dialettali, e lo svolgersi di manifestazioni popolari che rievocano il passato della comunità. Inoltre, una convenzione stipulata con Zagabria assicura l'insegnamento del croato letterario nelle scuole medie, facendo tuttavia perdere i tratti peculiari della parlata locale.

Nelle elementari, invece, viene insegnato il “na-našu”; tuttavia, a causa della formazione di pluriclassi dovuta al basso tasso di natalità, i genitori, contrari a questa particolare soluzione, preferiscono mandare i propri figli in strutture site in altri comuni, quindi in scuole totalmente italiane. Tanti sforzi, dunque, da parte di un popolo geloso custode della propria identità e fedele all'invito lanciato da un conterraneo, Nicola Neri14, più di due secoli fa: “Non dimenticate la nostra bella lingua!”15. Malgrado ciò, il numero di slavofoni diminuisce di anno in anno e non è escluso che tra qualche decennio le previsioni del Rešetar, fino ad ora smentite, possano avverarsi.

 
 

1 Ministero dell'Interno, La minoranza linguistica croata, in <<Cultura e immagini dei gruppi linguistici di antico insediamento presenti in Italia>>, Roma, 2001.

2 Benacchio R., Op. cit., p. 178.

3 Kattenbusch D., Osservazioni in occasione di una visita ai croati del Molise, Lubiana, 1986, p. 1.

4 Crisman T., Op. cit., p. 34.

5 Kattenbusch D., Op. cit., p. 1.

6 Ucchino S., Le colonie slave del Molise in <<L'Universo>>, maggio-giugno 1957, p. 490.

7 Ascoli G.I., Op. cit., p. 77.

8 Martino F., Alla scoperta degli ultimi Schiavuni, in <<Osservatorio Balcani e Caucaso>>, 1 marzo 2006; Kattenbusch D., Op. cit., p. 3.

9 Kattenbusch D., Op. cit., p. 3.

10 Rešetar M., Op. cit., p. 57

11 Rolando A., Escursione storico-etnografica nei paesi slavi della provincia di Campobasso, in <<Cronaca del Regio Liceo ginnasiale>>, Tipografia della Reale Accademia delle scienze fisiche e matematiche, Napoli, 1876, p. 9.

12 Rolando A., Op.cit., p. 14.

13 Dal 2004 il piccolo centro ospita un consolato onorario, quello della Repubblica di Croazia, attraverso cui la comunità mantiene vivi i suoi legami con l'antico paese di origine.

14 Fu medico e professore di fisiologia nato ad Acquaviva nel 1761. Si distinse per la sua attività di patriota durante gli anni della Repubblica Partenopea, restando tuttavia legato alle sue origini e tradizioni. Morì impiccato nel 1799.

15“Nemojte zgubit nas jezik!” ,da Ascoli G.I., Op. cit., p.77.

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