Aldo Simonetti

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BARI ALDO MORO

 

FACOLTÀ DI LINGUE E LETTERATURE STRANIERE
Corso di Laurea quadriennale in Lingue e Letterature Straniere (Vecchio Ordinamento)

Tesi di laurea In Lingua e Letteratura Serbocroata


Relatore: Chiar.ma Prof.ssa Barbara LOMAGISTRO Laureando: Cataldo SIMONETTI Matricola: 420917

ANNO ACCADEMICO 2009/2010

 

"Il dialetto slavo del Molise"

CAPITOLO II - IL DIALETTO (Aspetti grammaticali)

2.10 LA SINTASSI

Sebbene nello slavo molisano la sintassi sia il campo della lingua dove questa si è ancora conservata in un modo più puro e malgrado questo stesso settore sia quello che generalmente è meno esposto ad influssi provenienti dall'esterno, anche qui appaiono numerose tracce di 'contaminazione' dell'italiano. Per ciò che concerne i casi nominali, è di origine italiana l'utilizzo dello strumentale con preposizione s per indicare il mezzo o lo strumento, contrariamente al serbocroato comune dove non viene impiegata.

Il genitivo di specificazione, inoltre, viene espresso con la preposizione do, allo stesso modo dell'area linguistica romanza: Fešt do stoga Mikel (“La festa di San Michele”). Rilevante è altresì la costruzione dell'infinito con la preposizione za per esprimere una frase finale. Altro segno evidente del contatto romanzo è la mancanza di un pronome riflessivo del tipo svoj-sebe, sostituito dal corrispondente pronome personale. Interessante è poi scoprire come nelle proposizioni ipotetiche irreali venga fatto uso dell'imperfetto come avviene nei dialetti dell'Italia meridionale: “Si padaše vin” (“Se piovesse vino”), analogamente all'espressione “Se pioveva vino”.

Nell'ambito della sintassi, di čakavo si trova davvero poco, come, ad esempio, l'assenza della particella li per le proposizioni interrogative. Per il resto, la struttura originaria si è comunque mantenuta e in taluni casi si è anche conosciuto uno sviluppo autonomo: si veda, ad esempio, l'utilizzo diffuso degli aggettivi possessivi in  in che, di regola, in štokavo si formano da sostantivi femminili. Es.: “trsije sinjurin” (“Il vigneto del signore”).

 

2.10.1 I CLITICI

 

Una trattazione a parte merita l'uso dei clitici, con riguardo alle forme dei pronomi personali dei casi dativo, genitivo e accusativo, ma anche a quelle del verbo “essere”, in questa circostanza impiegate in qualità di ausiliari. Bisogna premettere che nella fase più antica delle lingue slave i clitici non potevano mai trovarsi all'inizio di frase ma subito dopo la prima parola accentata, praticamente in seconda posizione. Così, capitava che gli stessi clitici si distaccassero dai verbi reggenti venendosi a collocare anche lontano da questi. Questa regola si è conservata in quasi tutte le lingue slave, in misura maggiore o minore.

Eccezioni costituiscono il bulgaro e il macedone, che non hanno più rispettato la seconda posizione e che collocano i clitici accanto al verbo, indipendentemente dal posto occupato nella frase. Nello slavo-molisano i clitici possono anche trovarsi al primo posto; in questo senso, vi è un punto d'accordo con il čakavo piuttosto che con lo štokavo, che rimane fedele alla norma classica. Ciononostante, non lo si può tuttavia definire un “čakavismo” ma, con ogni probabilità, uno dei tanti fenomeni generati dall'influsso dell'area romanza11. Si può osservare, ancora, una particolarità legata all'utilizzo del pronome clitico per ribadire l'oggetto, che si trova in prima posizione e dislocato fuori dalla frase: “Men mi bolila mbača štomika” (“A me -mi- ha fatto male lo stomaco”). Stessa cosa avviene nelle parlate meridionali.

 

2.11 IL VOCABOLARIO

 

Il vocabolario dello slavo-molisano è fortemente influenzato dall'italiano11 sebbene De Rubertis, a metà Ottocento, avesse testimoniato l'esistenza di appena una cinquantina di termini di origine non slava12. Va però aggiunto che, nonostante questi prestiti siano imputabili in larga misura ai contatti con i parlanti italiani nelle nuove terre, la lingua dei coloni aveva già assorbito nella madrepatria diverse parole; ciò, in virtù della giurisdizione veneziana sul territorio dalmata e degli intensi traffici commerciali con l'Italia. Tali prestiti vanno comunque distinti in due categorie: quelli provenienti dalla lingua letteraria, utilizzati chiaramente dai parlanti con un livello di istruzione medio-alto, e quelli originari dei dialetti meridionali di area molisana e abruzzese, adottati particolarmente da persone di estrazione popolare.

Tra i numerosi vocaboli di chiara origine italiana si possono annoverare: “rispunit” (“rispondere”), “pur” (“anche”), “mango” (“nemmeno”) e “mbača” (“di fronte”). Non mancano delle anomalie, come la compresenza per il verbo“inviare” della forma dell'infinito “mbiat”, di origine meridionale, e di quella del presente “šaljem”. Inoltre, in merito alla denominazione delle due mani, quella relativa alla destra si è mantenuta slava, mentre la sinistra è divenuta italiana. Anche alcune espressioni tipicamente italiane sono entrate a far parte del linguaggio dell'enclave. Graziadio Isaia Ascoli ne aveva registrato alcune già un secolo e mezzo fa, come ad esempio quella relativa ad “andare per rose”:“u rulitze”13. Nel dialetto non figurano termini provenienti da altre lingue straniere. Il turco, malgrado sia in qualche modo penetrato nel vocabolario serbocroato, non è tuttavia riuscito a entrare in contatto con la lingua dei coloni, proprio perché questi ultimi sono sfuggiti all'invasione ottomana.

Poche sono pertanto le eccezioni; si tratta per lo più voci mutuate dal vicino dialetto napoletano. Le parole portate dalla madrepatria e che si sono conservate meglio, appartengono soprattutto all'ambito dell'agricoltura, da sempre l'attività preponderante della popolazione, ai rapporti di parentela e a diverse indicazioni temporali.

Rešetar ha poi constatato che alcuni termini hanno cambiato significato come “žaba”, che qui non vuol dire “rana”, bensì “tartaruga” o, ancora, “grad” (in serbocroato “città”) che assume il significato di “centro abitato”14. Infine, lo stesso studioso ha individuato una serie di vocaboli appositamente creata dai coloni per non essere compresi dalle popolazioni circostanti. E' il caso di “žrtje” per indicare il vino, ma che altro non è che un sostantivo deverbale di “žrti” (“divorare”)15.

 
 

11 Rešetar M., Op. cit., p. 144.

11“E' possibile registrare una media di prestiti che oscilla tra il 35 e il 40%...” ; Crisman T., Dall'altra parte del mare; Le colonie croate del Molise, Roma, 1980, p. 30.

12 De Rubertis G., Op. cit., p. 28.

13 Ascoli G.I., Studi critici, in <<il Politecnico>>, Milano, marzo 1867, p. 78.

14 Rešetar M., Op. cit., p. 236.

15 Rešetar M., Op. cit., p. 236.

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